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un'altra città

 

 

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MATERIALE ARCHIVIATO IN DATA 22 FEBBRAIO 2010

Il Giorno della Memoria

 

Il “Giorno della Memoria" è stato istituito dal Parlamento Italiano in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti, con apposita

Legge del 20 luglio 2000, n. 211

Art. 1

La Repubblica italiana riconosce il 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al finedi ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, con grave rischio per la propria vita, salvando e proteggendo i perseguitati.

Art. 2

In occasione del "Giorno della Memoria" di cui all’articolo 1, sono organizzate cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole d’ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere.

 

 

 Nell’occasione di questa ricorrenza, un’altra città vuole rammentare a tutti i cittadini e all’Amministrazione comunale, che negli anni a seguire la fine della seconda guerra mondiale, chiamati anche anni della ricostruzione, Vimodrone ha avuto un Sindaco Medaglia d’Oro alla Resistenza: Giovanni Sordi. Riteniamo molto importante  ricordarlo in questo momento storico nel quale la “memoria” sembra essere diventata merce assai rara.

Su questo Sindaco-partigiano poi, sembra che a Vimodrone la memoria non vi sia mai stata, dal momento che siamo in totale assenza di una seria e ufficiale commemorazione, nonostante siano trascorsi 32 anni dalla sua morte e ben 59 dal suo insediamento in carica.                                                                                                                   Solo per iniziativa di un’altra città, nel giugno 2008 si è tenuta una partecipata manifestazioni presso i locali della biblioteca comunale (evento riportato ampliamente sulla Gazzetta della Martesana del 16 giugno 2008).

Vogliamo mettere in evidenza questa nostra iniziativa, perché nell’occasione avevamo pubblicamente proposto di intestare a Sordi il piccolo parco tra le vie Resistenza e Repubblica che all’epoca era in fase di ristrutturazione.                                          Colse la palla al balzo l’attuale Sindaco, Dario Veneroni, che ritenendo poca cosa un piccolo parco, fece solenne promessa di intestare a Sordi l’edificio comunale (ex asilo nido) di via Roma che, nei progetti comunali, era destinato a casa delle Associazioni.

Come in questi casi accade, il Consiglio comunale avrebbe dovuto approvare un’apposita delibera, impegno garantito anche dal gruppo Socialista che è parte integrante della maggioranza attuale (ricordiamo che Sordi era Socialista). A quasi     due anni da quella promessa, del Sindaco Medaglia d’Oro alla Resistenza non si è     più parlato, nemmeno nelle commemorazioni antifasciste che pure ci sono state!

Per ricordarlo, riportiamo alcuni stralci dell’articolo apparso sulla Gazzetta della Martesana del 16 giugno 2008:

 “...fu Comandante partigiano, insignito dal comune di Sesto San Giovanni con   la Medaglia d’Oro alla Resistenza… Sordi è stato Sindaco di Vimodrone dal 1951al 1964, proprio negli anni della ricostruzione dopo la Giunta Caccia…    Oltre alla Medaglia d’Oro ricevette anche una targa ANPI milanese nel 1975 e diversi riconoscimenti postumi… i cittadini sapevano che potevano trovarlo sempre a disposizione in Comune. Nel periodo della ricostruzione, inaugurò le linee celeri dell’Adda, diventate poi Metropolitana, la prima scuola di Vimodrone   in via Battisti, il ponte sul Naviglio e altro ancora. Basti dire che, prima di Sordi,    la nostra cittadina non aveva neanche le fognature…

Ai nostri solleciti per un passo concreto, sono seguite sempre le più ampie assicurazioni ma… a tutt’oggi, il nulla! Memoria corta o altre ragioni?                                             E’ certo che l’umile figura del “Sindaco di tutti” come era chiamato Sordi dalla popolazione, sia fuori tempo oggi, dove fare il Sindaco o l’Assessore è diventato un’attività, un mestiere, dal quale può iniziare una lucrativa carriera politica.

 

Il punto sulle Cooperative

di Arnaldo Colombo

Carissimi di un’altra città,

colgo volentieri l'occasione offertami per dire alcune cose sulla vicenda della trasformazione delle aree edificate in diritto di superficie e trasformate di recente in piena proprietà. Se parlo, è con cognizione di causa perché ho fatto parte del Comitato che ha trattato coll'Amministrazione comunale e non per sentito dire o per mie elucubrazioni.

Alla fine del 2006, l'Amministrazione con propria delibera, stabiliva il valore delle aree edificate in diritto di superficie e di conseguenza il  controvalore in moneta che i soci cooperatori delle case edificate in quelle aree avrebbero dovuto versare per diventarne proprietari a tutti gli effetti.                                                                                       Parlo solo di questi e non di coloro che avevano edificato già in diritto di proprietà ma con i benefici derivanti dalla legge 167 e che avrebbero dovuto pagare la stessa cifra degli altri , ma grazie all'intervento della Corte di Cassazione sono stati graziati.

L'estate successiva, l'Amministrazione, convocata un'assemblea degli interessati (circa 700 famiglie) e viene illustrato il sistema di calcolo per cui si addiveniva alla richiesta economica per la trasformazione in proprietà.

Le cifre indicative erano le seguenti per singolo appartamento:

cooperative edificate nei primi anni ‘80    circa euro 12.400

cooperative edificate negli anni        ‘90    circa euro  8.000

cooperative edificate negli anni     2000    circa euro  4.000

In quella occasione è nato il nucleo della protesta non già per un diritto violato, in quanto già sapevamo che avremmo dovuto pagare la trasformazione come previsto dalla convenzione stipulata all'atto dell'edificazione delle case; ma per il fatto che non si fosse ricercato nessun accordo preventivo (o LODO che dir si voglia) sulla quantificazione ed applicazione di variabili in un sistema di calcolo oggettivo e a prima vista troppo superiori a quelle che comuni vicini avevano già applicato ad unità abitative simili alle nostre.

In pratica cosa affermavamo:

-        che la possibilità di trasformazione era stata concessa dal 1996 e successivamente confermata con la legge 300 del 1998 e quindi in 8 anni  i valori erano aumentati a causa dell'inazione delle parti istituzionali (Comune e CIMEP)

-         che il valore attuale del terreno era calcolato con valori variabili presi al massimo della scala e non mediati (non sto a spiegare nel dettaglio).

-         che i comuni viciniori avevano applicato coefficienti in detrazione per addivenire ad un valore più equo e sopratutto concordato.

Cosa invece rispondeva l'Amministrazione comunale:

-        che  ciascun comune aveva la responsabilità nell'applicazione della legge.

-        che l'adesione era su base volontaria e personale

-        che i cittadini non dovevano comportarsi come gli speculatori.

Questo è stato l'atto di nascita del Comitato che dopo diverse (ed infuocate) riunioni con i rappresentanti dell'Amministrazione comunale con la presenza del Sindaco; manifestazioni in piazza ed in Comune; il coinvolgimento della stampa e soprattutto la coesione tra il  comitato e i cittadini, sostenuta da una puntuale e corretta informazione da parte del comitato, ha consentito la chiusura concordata (e positiva) del contenzioso alla fine del 2009.

Tutto quanto sopra è cronaca (breve per non annoiare) da cui ho tratto insegnamenti e conferme nel rapporto del cittadino con le istituzioni che vorrei dire di seguito:

-        il diritto, per quanto certo, bisogna sempre pretenderlo e mai attendere che venga concesso

-        la trasparenza delle informazioni crea coesione

-        il controllo e il dibattito sugli atti dell'Amministrazione comunale crea il controllo democratico sugli amministratori

-        la politica come “etica della polis” deve ritornare al “demos” popolo o cittadinanza che la deve fare e gli amministratori seguire e non il contrario.

Da ultimo, prima di salutarvi, devo dirvi che il comitato anche se ha esaurito il proprio mandato, non si è veramente sciolto, ma è pronto proprio per quello che ho detto più su a riprendere la propria attività ove occorra nell'interesse (oggettivo) della collettività.

Vi ringrazio dell'ospitalità e vi auguro un buon proseguio di anno.

Arnaldo Colombo

Il commento di un’altra città

Ringraziamo innanzitutto Arnaldo per il suo contributo. Riteniamo importante che i cittadini sappiano cosa succede a Vimodrone e debbano soprattutto conoscere il comportamento di chi ci governa come quello dell’opposizione.

L’amico Arnaldo ha fatto una fotografia di tutta la vicenda senza evidenziare atteggiamenti a dir poco scorretti da parte di una Giunta che aveva deciso quasi segretamente i parametri di calcolo delle aree da riscattare (periodo di festività natalizia, nessuna informazione neppure sul giornale comunale, ecc.)proprio in contro tendenza con quanto accaduto in altri comuni limitrofi, dove prima si sono indette riunioni con gli interessati raggiungendo un accordo preventivo e poi si è ratificato il tutto con delibera.

Siamo sempre allo stesso punto. Per Veneroni&C. la partecipazione è un bel principio che serve, secondo necessità, a inebriare l’uditorio, mentre rimane una pratica sconosciuta nel corso di quasi otto anni di reggenza.

Dobbiamo dire che davanti alle giuste rimostranze dei soci delle Cooperative vi è stata una chiusura e una difesa assurda del proprio operato da parte di Veneroni, sostenendo, tra l’altro, che la legge non consentiva la ben che minima modifica. Bugie dalle gambe corte che hanno solo inasprito il clima.

L’accordo si è raggiunto dopo la formazione di un Comitato che ha tenuto   duro sui propri diritti per ben tre anni smentendo, di fatto, le affermazioni d’impossibilità di trattativa provenienti anche da altri componenti la maggioranza. Sull’argomento, sono state tre le delibere votate in Consiglio comunale. Una correttiva dell’altra.

Alla fine della vicenda, stigmatizziamo anche il comportamento di un’opposizione che ha fatto passare la prima delibera senza porre il benché minimo ostacolo e mantenendo il più assoluto silenzio.                             Un’altra città ha contribuito fattivamente a una presa di coscienza sul problema, fornendo ai cittadini nel corso della prima assemblea pubblica (stracolmo l’auditorium di viale Piave), la documentazione sui parametri adottati nei comuni limitrofi. Da qui sono nate le prime contestazioni che sono poi sfociate nella costituzione di un Comitato.                                                    Da quel momento in poi (eravamo pure in campagna elettorale), la minoranza si è mossa, diventando la “paladina” delle ragioni del Comitato e conducendo gli ultimi scampoli di campagna elettorale in modo veramente strumentale su questa vicenda.

Dispiace dover constatare ancora una volta che per ottenere i propri diritti, il cittadino debba lottare. Anche nei confronti di un ente comunale che per sua natura dovrebbe agire nel giusto interesse del cittadino e nel nome della massima trasparenza.

 

 

UNA QUESTIONE FORMALE MA…

NON TROPPO

E’ diventata ormai una questione ripetitiva per tutti i Consigli comunali ed è per questo che un’altra città, torna ancora una volta sull’argomento.                                          Si tratta della convocazione dei Consigli comunali (manifesto per l’informazione dei cittadini) che elenca gli argomenti posti in discussione dalla maggioranza, mentre omette scientemente quelli delle opposizioni. Meglio, gli argomenti vengono inseriti nell’Ordine del Giorno, ma con un ammasso di parole che non permettono ai cittadini di capire gli argomenti in discussione.Per la verità è un sistema che si trascina da anni, instaurato dall’ex Sindaco leghista Galluzzo e contestato anche allora dall’attuale Sindaco Veneroni che si trovava all’opposizione. Stiamo parlando di dieci anni fa e più, ma tant’è…                                                                                                                 Così, i pochi cittadini che assistono al Consiglio comunale si devono sorbire lo skatch fra l’opposizione che si lamenta e il conseguente rifiuto del Sindaco, mentre i tanti cittadini che non assistono al Consiglio comunale non sapranno mai quali sono gli argomenti in discussione, perlomeno quelli che propongono le opposizioni. 

 Il colmo è stata la seduta del 17 dicembre 2009 per la quale era stata presentata una interpellanza dal gruppo “Vimodrone Democratica”, una interpellanza ed una mozione dal consigliere Nicola Lombardi del Gruppo “Io Amo Vimodrone”, ovviamente con tre argomenti diversi. Orbene, la convocazione riportava: 

interpellanze presentate dal gruppo consigliare “Vimodrone Democratica” e da Nicola Lombardi del gruppo “Io Amo Vimodrone”

Non solo non veniva precisato l’argomento ma, all’insegna della confusione massima, la descrizione dava adito a più interpellanze (anche se per la verità una si trattava di una mozione) a firma congiunta del Consigliere Lombardi e del gruppo “Vimodrone Democratica”.                                                                                             L’ingiustizia, saltava maggiormente all’occhio perché ai punti seguenti vi erano due mozioni presentate dalla maggioranza:                                                                        1)  “mozione dei Consiglieri Lo Presti e Gornati” su acqua bene comune dell’umanità”                                                                                                          2)“mozione del gruppo Vimodrone sei Tu su finanza locale”                       Proprio nel nostro aggiornamento di sito di un mese fa, si lamentava una variante di Ordine del Giorno messa in scena dai soliti noti. L’intento è invariabilmente quello di non far comprendere di cosa diavolo si discute in Consiglio comunale, ma questa volta per le delibere di maggioranza. Ripresentiamo il nostro incipit:

 

 

WHAT? CICCOS? CUSEE’?

Ovvero l’insostenibile pesantezza del linguaggio burocratico veneroniano-aramaico

Così recitava il quarto punto all’ordine del giorno del Consiglio comunale tenutosi la sera del 14 ottobre 2009:

“Linee operative per la definizione di alcune questioni emerse nel procedimento di cui agli atti deliberativi del Consiglio comunale n. 78/2006, 52/2008 e 54/2009.”

Non comprendendo il linguaggio, abbiamo fatto ricorso ai traduttori simultanei che si possono reperire su internet, consultando le lingue diffuse anche negli angoli più sperduti della terra: niente! Siamo infine stati assaliti da un dubbio. Nell’elenco degli idiomi, mancava solo l’aramaico antico e abbiamo intuito che era proprio quella la lingua adottata per la stesura degli Ordini del Giorno...

Fuor di metafora, per chiunque non avesse ricevuto informazioni preventive dalla “casta” degli addetti ai lavori, sarebbe stato impossibile capire l’argomento in discussione.

L’avessero scritto in inglese, barese o lombardo, facendo però riferimento al vero oggetto della discussione, i cittadini avrebbero goduto di qualche possibilità in più per capire di cosa si trattava.

Già! Qual era dunque l’oggetto del contendere? Dietro al titolo incomprensibile si celava la proposta di annullamento delle precedenti delibere previo individuazione dei nuovi corrispettivi da applicare ai soci delle cooperative intenzionati a trasformare il diritto di superficie in diritto di proprietà. Bastava mettere un “relativi alle cooperative” nel testo, come ha giustamente sottolineato la Consigliera Stabile, affinché tutti capissero. La questione è oltremodo importante perché riguarda qualche migliaio di cittadini del nostro territorio!

Cosa ne dobbiamo dedurre, che siamo di fronte a un caso di stupidità burocratica o a una scelta precisa affinché non sia possibile capire?

Sinceramente non è difficile sciogliere il nodo, perché l’argomento è già stato dibattuto in Consiglio. Ne fanno fede gli ordini del giorno precedenti a quello del 14 ottobre anch’essi zeppi di titoli indecifrabili per il mortale cittadino…

 

Partito Democratico? Tutti d’accordo.                                                                  Partito della Rifondazione Comunista? Tutti d’accordo.                                         Partito dei Comunisti Italiani? Tutti d’accordo.                                                      Partito Socialista? Tutti d’accordo.

Bene… per tutti i Lorsignori vuol dire che i princìpi di trasparenza e partecipazione sono praticamente sconosciuti. Anche da questi si parte per una politica partecipata. 

VERGOGNA E VERITA’

Quello che è successo in questi giorni a Rosarno è una vergogna, che però non nasce dal nulla, ma ha radici nel passato.

Per anni si è tollerato che i lavoratori stagionali si stipassero in condizioni abitative allucinanti.

Per anni si è taciuto sul loro sfruttamento da parte degli imprenditori agricoli, con paghe da fame e ricatti odiosi.

Per anni si è taciuto sul perverso meccanismo economico che ha ridotto a zero il valore delle produzioni agricole del Sud Italia.

Per anni si è tollerato un fenomeno di infiltrazione della malavita nei poteri politici ed economici, lasciando soli gli amministratori pubblici come Giuseppe Lavorato, ex sindaco di Rosarno e primo amministratore pubblico a costituirsi parte civile contro la ndrangheta.

Se la sicurezza è il problema che tutti sentono come prioritario, è necessario ricordare che la vera sicurezza si fa con la prevenzione e con le politiche sociali. In questa storia la prevenzione è stata ignorata ma quali politiche sociali sono state pensate?

Cominciamo col dire che tra i “neri” di Rosarno ci sono molti richiedenti asilo e rifugiati, che hanno diritti internazionali riconosciuti dalla legge e dalla Costituzione. Il loro status dovrebbe essere chiaro e il loro lavoro regolare.

Sempre nel rispetto della legge i permessi di soggiorno andrebbero rilasciati nei termini previsti (20 giorni) per contratti di lavoro stagionale regolare, togliendo così manodopera ricattabile dalle criminalità e da chi alimenta il lavoro irregolare.

Come ha ben spiegato Tonino Perna sul Manifesto del 10 gennaio, bisognerebbe anche smontare quel finto meccanismo economico che fa vivere la Piana di Gioia Tauro di sussidi improduttivi. Sussidi europei per finte produzioni agricole, sussidi governativi per finti lavoratori agricoli, è l’ora di restituire dignità ad un lavoro fondamentale per la vita di tutti.

Le politiche sociali devono promuovere un’occupazione vera, piccola, pulita. La ndrangheta prospera sugli aiuti a pioggia, sulla logica delle grandi opere che ha fatto disastri anche nella Piana di Gioia Tauro, nell’ignoranza diffusa che diventa spesso violenta nella ricerca del capro espiatorio.

A più di 1000 km di distanza sembra che la vicenda di Rosarno non sia riproducibile al Nord. Invece nelle campagne della Pianura Padana assistiamo a meccanismi simili di ghettizzazione, e di economie drogate, che creano conflitti sociali utili solo a mantenere lo stato di sfruttamento e la paura.

Serve una nuova stagione di politiche sociali che non farà il Governo, ma che possono fare gli enti locali, quelli calabresi coraggiosi come Riace e Caulonia, ma anche tanti altri comuni italiani dove chi lavora è cittadino nel senso più ampio del termine, indipendentemente dal colore della pelle.

 

Ernesto Pedrini – Operatore Sociale

 

nostra nota:

questo articolo di Ernesto Pedrini è stato pubblicato anche sul blog dell'Associazione Comuni Virtuosi

MATERIALE ARCHIVIATO  IN DATA 22/MAGGIO/2010

 

Vimodrone: fa capolino il nuovo Piano di Governo del Territorio

 giallo: nuove aree edificabili:

marrone: aree di compensazione pur esse di nuova edificazione

Cattive e buone notizie per gli abitanti di Vimodrone. Partiamo da quelle buone. Le casse comunali, nei prossimi anni saranno colme di denari, allontanando lo spauracchio del Patto di stabilità che tanto ha fatto dannare nel 2009 l’Assessore Romano nonché il Sindaco Dario Veneroni.

Quelle cattive provengono dalla modalità d’incasso di questi denari che grazie al nuovo PGT (Piano di Governo del Territorio, ex Piano Regolatore) devasteranno ulteriormente il nostro territorio, riducendo le aree verdi al lumicino.

Per carità, il redigendo PGT è in prima bozza, pertanto ancora suscettibile di svariate modifiche, ma l’impronta iniziale è quella che è, senza anima e amore verso un’intelligente gestione del territorio, volta solo alla pura e semplice monetizzazione.

A questo punto si apre un interessante dibattito sul modo di governare la nostra città:

  1. Con gli oneri di urbanizzazione si vive tranquilli, allontanando i problemi causati dai tagli governativi che sempre più influiscono negativamente nella gestione ordinaria di tutte le città. Inoltre, le tasche piene permettono spese che sarebbero altrimenti impensabili, con opere mirabolanti che lasciano il segno del passaggio   di questa o quella Giunta. Per i posteri e a imperitura memoria.  ....                                   
  1. Dall’opposta angolazione, l’impiego sfrenato del territorio, rende la città sempre meno godibile e sempre più congestionata. Calza bene il paragone con i gioielli    di famiglia che a fronte di necessità sono venduti e permettono un momentaneo sollievo economico. Qui, ora, sono rimasti solo qualche anello e un paio di collanine, dopo i quali la festa è finita. Sarà finita nel frattempo anche la gestione Veroni, ma la domanda è d’obbligo: e chi verrà dopo di lui, come farà?

Sul secondo punto, l’attuale Giunta che governa ormai da otto anni, ha posto una rigorosa pregiudiziale, percorrendo tutto sommato una strada facile e senza insidie, anche se priva di creatività amministrativa.                                                                  Più volte, un’altra città ha denunciato pubblicamente una certa politica di maniera che ha condotto Vimodrone a un punto di non ritorno. I confini della città sempre quelli   sono e il terreno consumato non potrà più in nessun modo essere ricondotto all’origine.

Le belle parole introdotte nel PGT quali vincolo di tutela del paesaggio, contenimento dell’edificazione, tutela dell’identità locale, ecosostenibilità, salvaguardia dell’ambiente… rimangono solo, appunto, belle parole.

Nei fatti, si prevedono quindici aree di trasformazione che nel loro complesso investono circa 800.000 mq di territorio. Solo pochi di questi riguardano aree già edificate pertanto soggette all’abbattimento di edifici esistenti o all’ampliamento dei medesimi.

E che edificazioni! Il culmine si raggiunge con le quattro torri da dodici piani ciascuna, sovrastanti la fermata del metrò della Cascina Burrona. Sentivamo proprio la necessità  di questi 48 piani di morbidezza che come descritto nella bozza di PGT rappresentano un “Landmark”. Per i meno avvezzi alle terminologie inglesi significa “marcare il territorio”, proprio come fanno i cani con la pipì. Concettualmente gli edifici più alti di Vimodrone.

Complessivamente, le 15 aree di trasformazione previste e delimitate sulla piantina con colore giallo hanno un impatto sul territorio equivalente a 4/5 volte quello del Borgoverde (ex comparto).

Forse sarebbe tutto da ripensare, ma il lavoro fin qui svolto dai consulenti esterni che hanno redatto la prima bozza del nuovo PGT con il benestare di Veneroni, ci fanno presagire tempi ulteriormente bui. Ormai il rullo compressore è in moto e temiamo che nulla possa fermarlo.

 

 

PARTECIPAZIONE DEL CITTADINO

Un’altra città, risponde volentieri alla richiesta dell’Amministrazione Comunale di “partecipare”, vale a dire la chiamata dei cittadini a fornire suggerimenti sul PGT che      è in fase di prima bozza.

Diciamo innanzi tutto, per chi non lo sapesse, che il PGT (Piano di Governo del Territorio) è lo strumento con il quale gli amministratori disegnano il futuro del nostro territorio. Il vecchio Piano Regolatore per intenderci. Si tratta quindi di scelte importantissime perché riguardano tutti noi e, soprattutto, la nostra qualità di vita per il prossimo futuro.

Almeno sulla carta, la “partecipazione” tramite i suggerimenti, ci consente di chiedere modifiche come, ad esempio, il mantenimento del giardinetto o il parco sotto casa, di non incrementare ulteriormente popolazione o di ottimizzare la viabilità per rendere più scorrevole il traffico.  E tutto questo in via preventiva, prima cioè che siano assunte decisioni per noi irrevocabili.

Purtroppo però, questo tanto decantato indirizzo di permettere al cittadino di dire la   sua, non ci sembra reale, cioè in grado di funzionare! Infatti, per poter portare a termine efficacemente il nostro diritto, dovremmo innanzi tutto sapere quali sono le proposte, ovvero conoscere il PGT.

Come fare per conoscerle? Tutto il documento è stato pubblicato su un apposito sito comunale ma purtroppo si tratta di un malloppo di difficile lettura anche per gli addetti   ai lavori e consta, per ora, di circa 650 pagine.

Diciamo per ora perché molti elementi mancano (lo dice il documento stesso)  oltre a riportare  una serie di espressioni tecniche, di enunciazioni di principio ed un'incredibile serie di ripetizioni.

Per dare un’idea, un gruppo di lavoro istituito appositamente da un’altra città  ha scaricato e stampato le 650 pagine, compreso le tante piantine a colori, si è riunito più volte e si è pure avvalso della collaborazione di un professionista esperto in materia. Solo dopo questa trafila è stato possibile prendere coscienza di come sarà la   Vimodrone futura e dobbiamo dire che siamo stati colti da brividi!

Dopo questo impegnativo esame quali sono i suggerimenti che possiamo dare alla maggioranza retta da Dario Veneroni:

primo suggerimento

Se veramente si vuole la partecipazione dei cittadini si suggerisce di creare un apposito documento di PGT condensato in 30/40 pagine. A questo punto potrebbe essere recapitato a casa dei cittadini rendendo l’uditorio omogeneo e vasto. L’idea prende spunto dal fatto non tutta le famiglie hanno a disposizione un computer e il relativo collegamento a internet per poterlo esaminare.

Questa sì sarebbe una VERA e CONCRETA partecipazione.

secondo suggerimento

Questo documento riassuntivo, deve contenere le sole parti essenziali, al netto di spot “promozionali” che nulla hanno a che vedere con il Piano, né sono di competenza dei professionisti incaricati. Decantare infatti la tutela del territorio, l’ecosostenibilità, il contenimento dell’edificazione, l’agricoltura biologica e così via, non ha senso in un contesto nel quale sono chiarissimi gli opposti intenti. Si dimostri almeno il coraggio   delle proprie azioni.

terzo suggerimento

Si tratta del documento più importante dell’attuale Giunta e non è pensabile che esso sia in contrasto con il programma elettorale, quello con il quale questa maggioranza ha chiesto il voto ai cittadini. Un’altra città ritiene corretto mantenere le promesse e quando in campagna elettorale si dichiara che “la salvaguardia delle aree agricole” è tra i punti cardine del proprio programma, non si può poi passare nei fatti alla cementificazione selvaggia. Ci rifletta Sig. Sindaco!

 

il chiarimento è d’obbligo…

Sembra quasi un atteggiamento perverso quello che ha un’altra città nei confronti del primo cittadino di Vimodrone. Più volte ci siamo  trovati a criticare, anche aspramente il suo operato, salvo ottenere (raramente) un lieve ravvedimento sulle sue iniziative e con risultati pressoché nulli nella pratica.

Bene, vogliamo chiarire pubblicamente che il ruolo che ci siamo assegnati non è quello di persecutori perpetui di Veneroni, ma di svolgere piuttosto la funzione di “grillo parlante” cercando di penetrare nell’anima e nei pensieri del Sindaco e della sua maggioranza.

Siamo ben coscienti che l’impresa è ardua, ma ogni volta ci riproviamo a prescindere dalle risposte che ciondolano fra la derisione e la  vigorosa alzata di spalle.

Vorremmo questa volta procedere al contrario, posponendo l’antefatto al fatto. Così recitava il programma elettorale di Veneroni e della sua coalizione (scritto nero su bianco), quando conquistò la poltrona si Sindaco:

1 - POLITICHE DI GESTIONE DEL TERRITORIO

“I nuovi insediamenti abitativi, approvati dalla Giunta uscente, produrranno un aumento della popolazione e di traffico, compromettendo la qualità dell’abitare in paese. Noi proponiamo un diverso assetto urbano che, contenendo al massimo la capacità abitativa, possa recuperare un equilibrio e servizi comunali mediante:

LA DIFESA DEL TERRITORIO attraverso la salvaguardia delle aree agricole, la valorizzazione degli specchi d’acqua (parco delle cave e Naviglio). Si provvederà inoltre a garantire la manutenzione costante dei parchi.

NEL CENTRO STORICO sarà agevolato il recupero del patrimonio abitativo tuttora fatiscente e incentivata l’apertura di esercizi commerciali tradizionali, la creazione di parcheggi e zone pedonali, il recupero e l’uso pubblico di villa Torri per creare un’ampia zona  centrale che, insieme alla nuova piazza, torni a essere momento d’incontro della comunità”.

Questo è stato promesso agli abitanti di Vimodrone. Che dire? La replica per le così chiare intenzioni non può che specchiarsi nell’ormai famosa performance di Petrolini: Bene…! Bravo…! Bis…!

2 - VERIFICHE SULLA GESTIONE DEL TERRITORIO

Sono passati otto lunghi anni da quelle promesse e altri due ne mancano alla fine del mandato di Veneroni. E’ tempo di consuntivi che ogni cittadino di buona memoria può fare da sé. Per gli abitanti di nuovo insediamento provvede qui un’altra città, senza peraltro volerli influenzare con commenti fuorvianti e/o di parte.

POPOLAZIONE Al suo insediamento nel 2001, Veneroni ha trovato 13.861 abitanti e lascerà la carica con una previsione per il 2011 di circa 18.000 abitanti (+29,86%)

Nei comuni confinanti, analogo conteggio è stato effettuato per i comuni di Cologno Monzese (-1%), Pioltello (+0,8%), Segrate (+1,3%), Cernusco sul Naviglio (+10,9%).

Altri 2.500 residenti giornalieri saranno lasciati in eredità da Veneroni grazie al nuovo PGT che prevede un plesso scolastico in zone cascina Melghera di 1.000 studenti, quattro torri da 12 piani ciascuna sovrastanti la fermata MM di cascina Burrona e ampliamenti in zona commerciale /industriale lungo la Padana oltre a vari residenziali.

DIPENDENTI COMUNALI Rimasti per numero e per sportelli identici. Incremento di due unità nel corpo della Polizia locale.

PARCHEGGI Invariati, salvo la zona centrale Battisti-Piave-S.Remigio dove si riscontra la riduzione da 100 a 25 posti auto e nel parcheggio retrostante il palazzo comunale che ha ridotto sensibilmente la capienza, causa l’ampliamento del medesimo.

AREE AGRICOLE Sempre più ridotte. Il nuovo PGT le riduce al lumicino, segregandole nell’unica zone ormai rimasta: fra il cimitero e la grande rotonda verso Milano, sulla Padana.

PARCO DELLE CAVE E NAVIGLIO Particolare attenzione da dedicare al parco delle Cave. Qui si è già edificato, si sta edificando e ancora si edificherà con volumetrie consistenti dove in precedenza c’era verde. Persino nel parco della villa Cazzaniga.

A questo si aggiunga l’attraversamento della imminente provinciale Mirazzano-Cologno che procurerà non poco inquinamento acustico     e atmosferico.

Sull’Alzaia Naviglio si è provveduto ad asfaltare il manto stradale a cui non è seguita altra manutenzione. Non si segnalano nuove piantumazioni. Cestini per i rifiuti carenti, in quanto molto ridotti e anche a distanza di un Km l’uno dall’altro.

PARCHI CITTADINI Nulla di variato e scarsa manutenzione. Su quattro ingressi del parco Quasimodo, tre hanno un camminamento in mezzo al fango per un lungo tratto. L’ovale del percorso pedonale asfaltato,   è ormai divorato dall’erba e pressoché impraticabile in caso di pioggia  o neve. Il parco Baiacucco è stato recentemente arredato con giochi per bambini ma non si segnalano nuove pintumazioni, nemmeno per quelle piante soppresse causa vetustà o malattia.

NEGOZI DI VICINATO In sensibile riduzione quelli della zona centrale     e di difficile avviamento quelli nuovi, causa un settore che è in decisa sofferenza.

CENTRO E ISOLE PEDONALI Per isola pedonale si intende quella di      via IV novembre l’unica esistente dall’insediamento della Giunta Veneroni. Realizzata interamente in porfido (come altre vie della città), procura non pochi dispiaceri alle carrozzine dei disabili. Non sono previsti per questi ultimi camminamenti agevolativi, né nuove piantumazioni. L’aggravante della voragine ormai presente da diverso tempo aggiunge spettralità alla già anonima piazza.

Per l’attigua villa Torri, i lavori di restauro sono ormai fermi da parecchio tempo e si potrà (forse) renderla fruibile per la popolazione, ampiamente dopo il termine di mandato di Veneroni.

CONCLUSIONE 

Quanto descritto, può essere verificato da ogni cittadino che alla fine potrà trarre le proprie conclusioni. Quello che risulta incomprensibile è come sia possibile scrivere un programma elettorale e poi  disattenderlo su una materia così importante per la qualità della vita  dei cittadini. Vabbè, dirà qualcuno, si sa, in campagna elettorale… Ma forse, un chiarimento è d’obbligo! 

L’ondata d’inchieste

tocca anche Vimodrone

L’ondata d’inchieste della magistratura non si ferma ai confini di Vimodrone. Il caso   che ha fatto più scalpore, anche per la notorietà del personaggio, è quello di Nucio Murnigotti, consigliere comunale e referente locale del PdL, il cui nome è “uscito” da  una intercettazione telefonica nella quale un inquisito dice a un altro:“…nella zona di Vimodrone abbiamo Nucio con tutto il suo…”.                                                      Pronta la replica dell’interessato che precisa di aver svolto un incarico, rientrante nella sua attività professionale, per la ricerca di un acquirente di una proprietà immobiliare e che tale sua prestazione è stata regolarmente fatturata. Ci risulta che sono state svolte indagini che, al momento, non hanno portato all’attivazione di procedimenti

Tutto questo accadeva perché si erano create nuove “poltrone” (presidenti, consiglieri  di amministrazione) con costi elevati o comunque non proporzionati al giro di affari svolto e anche perché, nella maggioranza dei casi, le partecipate prefiguravano un puro ruolo di svincolo dalle leggi sugli appalti: in luogo di regolari gare venivano assegnati direttamente i lavori alle consociate che provvedevano al successivo subappaltato   senza eccessivi controlli.                                                                                                                     La situazione di Vimodrone non si scostava molto da questa realtà come è successo     in alcuni casi quali il Centro di aggregazione Giovanile, il sostegno scolastico ai disabili    e persino l’asilo nido.                                                                                            Insomma, un giro virtuoso alla rovescia, con conseguente lievitazione di costi.

Questa l’eredità negativa lasciata dalla Giunta Galluzzo a Veneroni che però, non ha trovato soluzioni se non quella (positiva) di diminuire gli emolumenti dei consiglieri d’amministrazione e relativo presidente, continuando a navigare senza meta.             Sono stati individuati differenti consulenti (soldoni buttati dalla finestra) per trovare la quadratura del cerchio ma malgrado la processione di incarichi, nessun provvedimento serio è stato assunto da questa Giunta. E neppure si sono accolti i suggerimenti degli esperti, nonostante il segnale d’allarme lanciato da una relazione che in particolare evidenziava illeciti che andavano denunciati alla magistratura, ma non si è proceduto      in tal senso.                                                                                                                 Diciamo quindi che la Giunta Veneroni si è così assunta delle responsabilità che poteva evitare e seppure i bilanci snocciolati anno dopo anno davano flebili segnali di miglioramento a questo corrispondeva un peggioramento dei conti dell’Ente Comunale.

Non vogliamo stabilire qui, se è mancata la volontà, la capacità o ambedue le cose. Di fatto la Vimoservizi costituiva un grosso problema sia per il cattivo funzionamento di alcuni settori, che per l’onerosità degli appalti che a essa venivano affidati.

LA DISMISSIONE                                                                                                 E’ a questo punto che s’innesta la vera grana giudiziaria che potrebbe arrivare sulla   testa del Sindaco e della Giunta (per lo meno sui soggetti che hanno condotto la dismissione della società) perché si è aperta una trattativa con il Consorzio CEM Ambiente S.p.A per la cessione della parte “raccolta e smaltimento rifiuti”. Cioè l’unica attività che non generava perdite (e come avrebbe potuto farlo dal momento che i costi del servizio venivano girati pari-pari agli utenti, cioè a noi cittadini?). Per poter procedere, veniva nominato un amministratore per la Vimoservizi, amministratore che però rivestiva contemporaneamente anche l’incarico di direttore generale del CEM. Questi non solo si è occupato di una gestione provvisoria in attesa di traghettare la parte “rifiuti” all’azienda che lui stesso dirigeva ma attivava subappalti, per gli altri settori, con aziende consociate . A questo si aggiunga, stando perlomeno ad una particolareggiata denuncia, che a queste aziende venivano riservate condizioni che vorremmo definire quantomeno privilegiate.

Com’è noto, la parte di raccolta e smaltimento rifiuti della Vimoservizi non è stata venduta, ma è passata al CEM in quanto il comune si è associato al Consorzio con una quota d’ingresso di 900.000,00 euro, mentre le altre attività (manutenzione, esattoria, ecc.) sono state vendute scorporate, a mezzo d’asta pubblica. Asta vinta da una delle aziende consociate al CEM che dopo tre mesi la rivendeva a un’altra società di proprietà congiunta CEM e Società Melagori Commendator Erminio. Dopo qualche mese altra trasformazione: ulteriore vendita e la proprietà diventa della BITEK. Quest’ultima, non solo incamera i contratti in essere con il comune di Vimodrone (tra l’altro rinnovati solo poco tempo prima per ulteriori 5 anni) ma risulterebbe anche subappaltatrice CEM per la raccolta dell’immondizia a Vimodrone.                     Insomma, le classiche scatole cinesi fra cui non ci si raccapezza se non con pazienza certosina.

Ovviamente riportiamo elementi indicati agli atti senza esprimere giudizi perché questo compito spetta alla magistratura. Un’altra città esprime solo tre semplici perplessità:

  • a) sul ruolo svolto dal direttore generale del CEM nel passaggio di proprietà collegato a società da lui stesso amministrate;
  • b) perplessità sulla convenienza economica di aver affidato al CEM un servizio   di fatto svolto da una subappaltatrice;
  • c) perplessità su ulteriori elementi contenuti negli atti, che non riportiamo per la loro delicatezza e che porterebbero far pensare che non si sia agito nell’interesse della comunità.

 

Ci auguriamo solo che la magistratura, ove ravvisi reati e/o danni patiti dal nostro comune, proceda con la massima celerità perché sarebbe certamente negativo il prolungarsi di una situazione di non chiarezza e poca trasparenza.

Per ora ci accontentiamo di sentire la risposta che dovrà fornire il Sindaco Veneroni. Infatti la denuncia è a lui pervenuta dai banchi dell’opposizione e ha promesso a tutti i Consiglieri che risponderà in Consiglio Comunale dopo aver assunto tutte le  informazioni del caso.

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lettera al Presidente della repubblica

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Signor Presidente della Repubblica

Giorgio Napolitano 

Palazzo del Quirinale

Piazza del Quirinale

00187  R O M A

Caro Presidente,

 

chi Le scrive (settantasette anni) è uno dei tanti, tantissimi, anonimi cittadini che hanno operato e lottato a livello sindacale, politico e sociale per un’Italia a misura d’uomo. Il mio modesto contributo è da sempre indirizzato verso una società più equa, cercando di trasformare le concessioni riservate a taluni, in diritti per tutti.

Certo, non tutto il possibile è stato conquistato e neppure ottenuto il completamento di quanto previsto da una Costituzione che è, e deve rimanere, una pietra storica nell’evoluzione politica del nostro Paese.

 

Voglio premettere che non ho la più pallida idea se Lei, accettando l’incarico di Presidente e pertanto di guardiano dei Princìpi costituzionali, umani e di giustizia, era davvero e pianamente conscio delle criticità e delle spinte inverse alla storia che erano celate nelle vittorie elettorali di una destra trasformista, in certe fasi con positivi contenuti sociali ma ben più insidiosa di una dichiarata dittatura, in quanto supportata da un vero consenso popolare.

Non è mia intenzione con questo scritto evidenziare le pesanti responsabilità di questa “inversione”, né lo ritengo necessario data l’evidenza storica dei fatti.

 

Le scrivo invece per farLe sentire la voce di  un cittadino qualsiasi che esprime anche il sentimento di molti altri. E pure le cose che vorrei dirLe sono tante, troppe forse, per farne oggetto di una semplice lettera. Mi limiterò pertanto a un succinto elenco di auspici che, spero, siano realizzati nel volgere di qualche lustro, risolvendo così il problema della divaricazione fra cittadino e politica.

 

In premessa, confido nel proseguimento del Suo ruolo d’argine, intendendo con questo il porre rimedio all’eccezionale ondata che vorrebbe travolgere i princìpi fondanti del nostro Paese. Insomma, l’auspicio è quello di un Presidente che non si limiti a una figura simbolica, ma indichi la strada per andare avanti verso stadi di Democrazia più avanzata.

 

Inizio con il dirLe che gradirei tantissimo una Sua esternazione sulle norme elettorali. Specie sul fatto che il voto di preferenza, in pratica l’investitura di rappresentanza dei parlamentari è stata sottratta agli elettori per darla alle segreterie dei partiti. E’ a questo punto ovvio l’inserimento in lista dei soggetti ritenuti più “affidabili” appartenenti a questa o quella corrente, con la conseguenza di una mancata valutazione da parte dei cittadini per un’eventuale rielezione. Quando poi non si tratta di soggetti, non tutti per fortuna, condannati per reati quali: abuso d’ufficio, tangenti, connivenze mafiose, corruzioni, frode fiscale e altro ancora. Di certo è una brutta cosa sapere di non essere più rappresentati in Parlamento ma di essere solo “merce” da governare.

 

 

In buona sostanza, il Parlamento è lontano dalla comune gente che ogni giorno lotta per l’elementare diritto di vivere e vivere del proprio lavoro.

 

Continuo poi con lo svilimento delle Istituzioni, per opera di taluni elementi fra i quali quelli succitati, con accuse infamanti ai giudici e alla giustizia, fra l’altro in una situazione ove è più alto il bisogno di credere che le Istituzioni non siano covi eversivi o laboratori di trame contro parti politiche avverse.

E mi chiedo: non si ravvisa proprio nessun reato dichiarando che giudici e persino la Corte Costituzionale esprimano giudizi basati su colorazione politica?

Caro Presidente, Lei si è già espresso con parole sagge finalizzate per lo più a far cessare o diminuire l’azione criminosa di cui sopra. Ritengo però necessaria un’iniezione di fiducia ai cittadini, fiducia che permette di avere la certezza che le sentenze non sono il frutto preordinato di cosciente volontà d’ingiustizia.

 

Proseguo con il varo di talune nuove leggi. Esse hanno creato recentemente situazioni di rottura dell’unità nazionale e risvegliato non solo egoismi, ma anche odio razziale. 

In sunto, la maggior autonomia di Sindaci e Governatori regionali nella legiferazione locale, ha creato differenti situazioni e diritti per il cittadino: divieto di sedersi su panchine pubbliche, di parlare la propria lingua, di pregare il proprio Dio, discriminazioni razziali d’ogni tipo e discriminazioni pure nell’appartenenza regionale, dal momento che l’assistenza sanitaria si differenzia da regione a regione. Leggi nazionali e locali ma ancor più il linguaggio d’autorevoli membri di Governo che nella sostanza sono un incitamento continuo al razzismo. Ma anche nel non fermare, sanzionare e punire comportamenti di Giunte e di Sindaci che hanno assunto decisioni in palese contrasto con la Carta Costituzionale e rispetto della persona umana.

 

Infine, sulla crisi in atto. E’ noto che sia stata generata altrove, trovando però terreno fertile in Europa e in Italia. In veste di cittadino non posso fare a meno di notare che la crisi ha colpito l’occupazione e certamente in modo pesante le fasce di popolazione più deboli, addirittura favorendone altre. Diversamente non si comprenderebbe come da un lato aumenti la povertà e dall’altro le quotazioni delle azioni e gli utili delle banche salgono e vi siano aziende che fanno fortune nell’importare prodotti da paesi che non rispettano le più elementari norme del vivere civile. Un esempio su tutti è quello dell’uso di lavoratori minorenni accompagnato dall’assenza di norme di sicurezza per chi presta la propria opera lavorativa.

In Italia, si è cercato di arginare la crisi utilizzando ingenti risorse economiche, aggravando così il già pesante debito nazionale. Debito che, di questo passo, non riuscirà a essere ripianato dall’attuale generazione ma sarà lasciato in eredità ai posteri.

 

E’ mia opinione che non si sia voluto scientemente cogliere l’occasione della “crisi” per un cambiamento radicale verso il risanamento del nostro Paese. Si pensi solo alla prevenzione dei disastri ecologici, dall’inquinamento del terreno e delle acque, ai rischi di smottamenti e ai tanti danni da rimediare procurati dall’insipienza dell’uomo e delle Istituzioni.

 

Su questo fronte penso sia veramente il caso di ricordare a chi decide le nostre sorti, che non sono prioritarie le Grandi opere ma piuttosto il lavoro di “riparazione dell’Italia” sul versante dei veleni presenti nei nostri mari, nei fiumi, quando poi non si tratta di mettere in sicurezza le nostre devastate montagne, ripiantumando le aree che smottano per banali acquazzoni. Non ultima la necessità di energia alternativa rinnovabile e non inquinante.

Si pensi in altri termini a un’eredità per i nostri posteri non solo costituita da debiti.

 

Quanto sopra, rappresenta occupazione e quindi possibilità di guadagno da lavoro, non basato sulla sterile cassa integrazione, su avvilenti contributi di disoccupazione o su elemosine, che servono solo a mettere costose pezze lasciando libere le mani alla speculazione economica e umana.

 

Può un Presidente della Repubblica dire e ripetere quali sono le necessità dei cittadini, del nostro Paese, del futuro? Può un Presidente della Repubblica essere punto di riferimento e di speranza?

Conosco bene le competenze della carica da Lei rappresentata e mi rendo conto che i miei auspici debordano dai Suoi confini istituzionali. Tuttavia, la forma, il modo e la fermezza fin qui da Lei dimostrata, mi lasciano un barlume di speranza.

 

La ringrazio se vorrà, me lo auguro tanto, leggere questa mia e darmi riscontro senza il freddo tramite della segreteria e dei collaboratori.

Nell’attesa, un augurio di buon proseguimento e un anticipato grazie.

 

Vimodrone, 16/01/2010                                            Alfredo Minichini

 

 

pubblichiamo la risposta alla lettera inviata al Presidente della repubblica

pubblichiamo la risposta alla lettera inviata al Presidente della repubblica

trascriviamo integralmente l'allegato

Palazzo del Quirinale, 21/12/2009

Discorso del Presidente della Repubblica Napoletano - All’incontro con le Alte Magistrature della Repubblica

Vi ringrazio di cuore per la vostra partecipazione a questa cerimonia di augurale predisposizione al nuovo anno. E ringrazio in particolare il Presidente Schifani per le amichevoli espressioni che ha voluto dedicarmi e per la sintonia che ha voluto porre in evidenza tra i nostri rispettivi impegni e intenti.

Ci incontriamo oggi a breve distanza di tempo dalla brutale aggressione al Presidente del Consiglio, al quale rinnovo i sensi della mia solidarietà personale e istituzionale e fervidi auguri di pronto ristabilimento. E’ stato un fatto assai grave, di abnorme inconsulta violenza, che ha costituito motivo non solo di profondo turbamento ma anche di possibile (ne abbiamo visto i segni) ripensamento collettivo.

Abbiamo alle spalle un anno molto impegnativo, per il paese e per le istituzioni: Un anni dominato dalla preoccupazione per le ricadute della crisi finanziaria ed economica globale, per le ferite che essa poteva provocare nella società italiana, per le risposte, da parte dei poteri pubblici e delle forze sociali, che essa richiedeva nel quadro di più vaste  concentrazioni internazionali. Un anno in cui è stato messo alla prova il funzionamento    delle nostre istituzioni e si è riproposto, tra molte tensioni, il tema delle riforme necessarie.

Lo Stato democratico ha saputo reagire a difficoltà e rischi di imprevista e straordinaria acutezza: lo Stato in tutte le sue articolazioni, governo e Parlamento innanzitutto, poteri regionali e locali. Sulla validità ed efficacia delle scelte adottate le valutazioni politiche sono state e restano naturalmente discordi; ma non c’è dubbio che l’Italia si sia collocata, dando   il suo contributo, nel contesto delle direttrici e delle decisioni che di fronte alla crisi sono   state definite e concordate a livello europeo e in nuovi, ampi consensi mondiali,.

Vorrei inoltre richiamare l’attenzione sulla capacità di fronteggiare la crisi che hanno dimostrato le imprese e le famiglie, e sulle prove di consapevolezza che sono venute dal mondo del lavoro: e l’attenzione và data a questi fattori, perchè è dalla loro combinazione con l’azione pubblica che sono venuti i risultati e i segni più positivi via via registrati, e può venire una risposta adeguata alle preoccupazioni che si profilano per la produzione e per l’occupazione nei prossimi mesi.

Eì necessario comunque affrontare con realismo, guardando avanti, i maggiori problemi che restano aperti in Italia e su scala mondiale, le più serie esigenze di cambiamento che in  modo specifico ci si ripropongono, anche alla luce della recente crisi, ai fini del rilancio del nostro sviluppo nazionale.

Le  comparazioni –anch’esse oggetto di dispute – con altri paesi europei, non possono distrarre dai termini reali delle questioni su cui in questa fase occorre concentrarsi.

Su due di esse nuova lice hanno gettato recenti rivelazioni statistiche ufficiali e indagini indipendenti: la questione dell’occupazione e la questione del Mezzogiorno. I dati ISTAT sulle forze di lavoro hanno, senza indulgere in alcun allarmismo, segnalato rilevanti cali del numero degli occupati, incrementi del numero delle persone in cerca di occupazione e crescita del tasso di disoccupazione, soprattutto –aspetto da non sottovalutare- di quella giovanile. Ricette condotte dalla Banca d’Italia e presentate pubblicamente alcune   settimane fa hanno documentato la persistenza dello storico, profondo divario tra Nord e Sud, la maggiore incidenza della crisi, nel 2008-09, sul prodotto lordo e sull’occupazione proprio nel Mezzogiorno, la presenza, in quella parte del paese, di tassi di occupazione tra i più bassi d’Europa; hanno documentato la gravità del divario tra Nord e Sud nella qualità di servizi essenziali, la diversità degli effetti che le politiche pubbliche nazionali producono nelle diverse parti del paese, il peso determinante che ha nel Mezzogiorno la debolezza del “capitale sociale". Da queste risultanze di ricerche accurate sono state ricavate non già  facili rivendicazioni di maggiore spesa a carico dello Stato nazionale, ma istanze di più attenta  “declinazione sul territorio” delle politiche generali e di più efficace utilizzo delle risorse pubbliche, anche in vista di un federalismo fiscale ispirato ai principi di autonomia e responsabilità. E quella che viene per molti aspetti chiamata in causa e sollecitata è anche   la responsabilità delle istituzioni e delle forze politiche e sociali.

Occupazione per i giovani, sviluppo del Mezzogiorno come condizione per il rilancio, su basi più larghe, dello sviluppo nazionale nel suo complesso: sono questi alcuni temi obbligati di confronto e di un’azione che si proiettino oltre la crisi che abbiamo attraversato e  con cui continuiamo a fare i conti, che guardino già al loro, che mirino a creare le condizioni di crescita dell’economia italiana più sostesuna ed equilibrata che negli ultimi 19-15 anni. Quest’ultimo è un obiettivo possibile , per i livelli di eccellenza tecnologica e produttiva,      per le risorse di dinamismo e per la capacità e volontà competitiva che il sistema Italia ha mostrato anche nel pieno della crisi mondiale di poter mettere in campo. In particolare, il nostro sistema imprenditoriale soci diffuso e riccamente articolato, e con esso il nostro capitale umano, le nostre forze di lavoro. I riconoscimenti che ci vengono anche dal nostro operare nel mondo ci stimolano ad avere consapevolezza di quel che l’Italia rappresenta innanzitutto in Europa, a non cedere ad un certo vizio di autodenigrazione, a credere nel futuro che possiamo costruire.

Sappiamo tutti –lo sa in primo luogo il governo per la responsabilità che gli sono proprie-   che occorre però sciogliere nodi difficili: anche all’interno dell’area dell’Euro, quello di un’insufficiente crescita della produttività che ancora registriamo e che va affrontata con iniziative capaci di stimolare la concorrenza e la propensione all’innovazione, di promuovere l’educazione, a tutti i livelli, e la formazione di capitale umano. Resta soprattutto il peso del debito pubblico accumulatosi nel passato, con la conseguente grave  taglio di una spesa per interessi che distrae ingenti risorse del bilancio dello Stato da altre destinazioni di pur riconosciuta importanza e urgenza.

Il rispetto dei vincoli e degli accordi europei in materia di rapporto deficit-prodotto lordo e    di contenimento del debito pubblico viene giustamente richiamato dal governo come ineludibile anche se nel registrare la crisi globale ci sono in numerosi, importanti paesi dell’Unione superati, e di molto, i limiti osservati nel passato. L’impegno di sciogliere, e innanzitutto non aggravare, il nodo dell’indebitamento dello stato comporta in effetti un severo e delicato esercizio di trasparente sezione, da parte del governo e del Parlamento, delle priorità di spesa a carico del bilancio pubblico. Né si può dimenticare che talvolta sono fatti imprevedibili, gravi eventi naturali che pongono esigenze imperative di intervento dello Stato: questo è accaduto nel 2009 con la tragedia del terremoto in Abruzzo, a cui è stato giusto rispondere con forti misure d’emergenza, ed erogazione di denaro pubblico, decise   dal governo. La risposta del terremoto in Abruzzo, che ha potuto contare su una vasta solidarietà e mobilitazione nazionale, costituisce una pagina all0attivo dell’Italia e della sua immagine internazionale nel 2009.

Altri eventi naturali, da ultimo la tragica alluvione nel messinese, hanno egualmente posto all’ordine del giorno una realtà come quella del dissesto idrogeologico e della fragilità del territorio, che richiede di trovare posto tra le priorità di spesa del bilancio dello Stato.

In effetti, siamo dinnanzi a problematiche che, come ho già in qualche occasione rilevato, richiederebbero il massimo di condivisione e di continuità nel tempo, anche al di là dell’alternarsi delle maggioranze politiche, poiché sono in gioco impegni  e interessi   nazionali di lungo periodo. Purtroppo, ancora non si vede in tal senso un clima propizio nella nostra  vita pubblica, una consapevolezza comune a maggioranze e opposizione in Parlamento: consapevolezza comunque che dovrebbe abbracciare egualmente l’aspetto del funzionamento e della riforma anche delle istituzioni.

Quest’ultimo non è un aspetto secondario, né è separabile dal confronto sui contenuti delle politiche pubbliche da portare avanti. Ora, possiamo considerare soddisfacente sotto questo profilo la situazione ? Nessuno, credo, per quanto tenda a giudizi benigni, può rispondere affermativamente.

Parto dal rapporto tra governo e Parlamento, come rapporto funzionale e come cardine dell’equilibrio costituzionale: esso presenta non da qualche anno ma da più legislature seri elementi di criticità, e si discute se e come lo si possa ridefinire in sede di riforma della Costituzione. E’ tuttavia un fatto innegabile che nel 2008-2009 il governo ha esercitato intensamente i suoi poteri, non ha trovato alcun impedimento, a nessun livello, a decidere e attuare tutti i provvedimenti che ha giudicato opportuni per reagire alla crisi finanziaria ed economica. E’ stato invece compresso –per le modalità adottate nel corso del tempo da parte di governi rappresentativi di diversi e opposti schieramenti- l’esercizio del ruolo del Parlamento. Ruolo che si esplica non solo con la libertà di discutere, ma con la libertà di pronunciarsi attraverso il voto sulle disposizioni di legge sottoposte al suoi esame e sulle relative proposte di modifica. Ed è stato nello stesso tempo gravemente condizionata e colpita la qualità della produzione legislativa.

Il continui succedersi di decreti-legge (47 all’inizio di questa legislatura), e il loro divenire sempre più sovraccarichi  ed etereongenei nel corso dell’iter parlamentare di conversione,   la pratica del ricorso, in fase conclusiva, ad abnormi accorpamenti di norme in maxi-articoli su cui apporre la fiducia, hanno continuato a produrre evidenti distorsioni negli equilibri istituzionali e nelle possibilità di ordinato funzionamento dello Stato, dell’amministrazione chiamata ad attuare le leggi e dell’amministrazione della giustizia. Si tratta, lo ripeto, di fenomeni non nati nel 2009, ma emersi e radicati in tempo ben più lungo: e che tendono a consolidarsi e aggravarsi.

Per quanto riguarda la legge finanziaria e le modalità della sua applicazione, potrei rileggere –anche se non lo farò- le severe considerazioni che espressi negli incontri di fine anno  del dicembre 2006 e del dicembre 2007, in presenza di un governo  e di un schieramento di maggioranza diversi da quelli attuali. All’apprezzabile intento di snellimento de contenuti  della finanziaria manifestatosi con il decreto-legge dello scorso anno e poi con quello del 2009, è tuttavia seguita, da ultimo, una dilatazione in Parlamento dell'impianto della stessa finanziaria, nonché una serie di provvedimenti aggiuntivi dai contenuti palesemente eterogenei.

Tutto ciò finisce per gravare negativamente il livello qualitativo dell’attività legislativa e dell’equilibrio del sistema delle fonti. Non a caso, gli studiosi si chiedono se abbia finito di instaurarsi –anche attraverso il crescente uso e la dilatazione di ordinanze d’urgenza-           il vero e proprio “sistema parallelo” di produzione normativa.

Tuttavia, non si esce  da questa situazione solo con l’invito a comportamenti più corretti da parte del governo o più virtuosi da parte del Parlamento e dell’opposizione. Se ne esce in definitiva con misure di riforma, che soddisfano esigenze di tempestività delle decisioni  senza sacrificare ruolo del Parlamento e qualità della legislazione. E misure di tale natura sono state da tempo  individuate e suggerite: per fini di razionalizzazione e velocizzazione   del processo legislativo, attraverso il superamento del cosiddetto bicameralismo perfetto e l’opportuna riforma dei regolamenti parlamentari, e più specificatamente di razionalizzazione  trasparenza della manovra annuale di bilancio. L’insieme di tale misure deve garantire il diritto di maggioranza e governo di attuare il loro programma  e il diritto di controllo e di proposta dell’opposizione, attraverso un confronto aperto che è parte integrante del processo di formazione delle leggi. Più in generale, l’ipotizzata trasformazione del senato in Camera delle autonomie appare il completamento coerente  della scelta del federalismo fiscale, e il luogo appropriato per un più corretto e produttivo svolgimento delle relazioni oggi problematiche tra Stato, Regioni ed Enti locali.

E vengo ad altro motivo di grave insoddisfazione  e preoccupazione sul piano istituzionale, che è quello del funzionamento della giustizia. Premetto che qualsiasi considerazione al riguardo non deve suonare svalutazione o sottovalutazione dell’impegno che in condizioni difficili e con sacrificio di tanti magistrati pongono nell’esercizio della loro alta ed esenziale funzione, né tantomeno del senso delle istituzioni con cui tanti giovani motivati si preparano   a duri concorsi per entrare in magistratura. Si debbono affrontare i problemi nella loro oggettività: problemi che incidono sulla durata e su tutti gli aspetti del giusto processo, definito dall’articolo 111 della Costituzione. E occorre da questo punto di vista intervenire   su norme, procedure, strutture organizzative, disponibilità di risorse, ma anche su equilibri istituzionali come quelli riassumibili nel rapporto tra politica e giustizia.

Sul mondo "delicato e critico" costituito da tale rapporto mi sono chiaramente espresso manifestando la mia preoccupazione già nel febbraio 2008 quando ho rivolto un discorso impegnativo al Consiglio Superiore della Magistratura, ed anche in altre occasioni  prima e dopo. Ho messo l’accento su atteggiamenti dell’una e dell’altra parte che fanno apparire la politica e la giustizia come "mondi ostili”, guidati dal sospetto reciproco”, mentre comune dev’essere la responsabilità nel prestare un servizio efficiente ai cittadini, così come nel reagire a quella diffusione di pratiche di corruzione e di altre violazioni della legge penale  che è stata più volte denunciata dalla tribuna dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario. E nel ribadire l’intangibile principio di autonomia e indipendenza della Magistratura, ho sottolineato come esso comporti, da parte del magistrato, senza limare –senza considerarsi investito di missioni improprie- scrupolo e riservatezza, cautela nel valutare gli elementi indiziari, e sempre imparzialità non meno che rigore: comportamenti, tutti, che possono solo giovare al prestigio della Magistratura. Questi richiami critici, queste chiare avvertenze possono cogliersi anche nei provvedimenti disciplinari adottati negli ultimi tempi dal Consiglio Superiore della Magistratura.

Ma ci sono buoni motivi per ritenere che occorrano, per stabilire il più corretto rapporto tra politica e giustizia, insieme con comportamenti più misurate e costruttivi, modifiche sia di leggi ordinarie sia di clausole costituzionali, E’ questo, d’altronde, che intendo quando si   parla di riforme alla giustizia, oltre che far riferimento a interventi come quelli che il   governo a sottoposto al Parlamento in materia di processo civile e di processo penale e    che si auspica assumano svolgimenti più organici e di più ampio respiro. Per garantire un   più lineare e corretto rapporto tra politica e giustizia, rimanendo naturalmente decisive le valutazioni e le scelte che il Parlamento è ormai chiamato a definire.

Per quanto mi riguarda, sotto il profilo di riforme che tocchino la Costituzione vigente, posso solo ripetere quel che sono venuto affermando dal momento stesso del messaggio d’insediamento, quando, dinanzi al Parlamento, accompagnai “un risoluto ancoraggio ai lineamenti essenziali della Costituzione del 1048”, con la sottolineatura della sua rivedibilità   e non immodificabilità, in riferimento a quella Seconda Parte  fatta già più volte oggetto di proposte di revisione. E anche dopo l’esito negativo del referendum  confermativo del   giugno 2006, ho ritenuto del tutto sostenibili proposte volte a rivedere norme costituzionali “che si giudicano in più corrispondenti e esigenze di moderna  ed efficace articolazione dei poteri nel sistema delle istituzioni repubblicane”.

In più occasioni, mi è sembrato saggio suggerire tuttavia un approccio realistico, concentrato su alcune, essenziali e ben mirate proposte di riforma. E se insisto su ciò, è perchè mi preme che su questo terreno si giunga finalmente a dei risultati nell’attuale legislatura, il che è un ulteriore motivo per cercare la massima condivisione in Parlamento.

Non mi pronuncio naturalmente su nessun diverso, più ambizioso approccio che possa liberamente essere proposto. Ritengo però che ogni visione costituzionale, secondo i pur diversi modelli dell’Occidente democratico, debba sancire il rispetto dei limiti da parte di ciascun potere nei confronti dell’altro, equilibri tra i poteri, “pesi e contrappesi" come si usa dire, e garanzie costituzionali, in concreto quel controllo di legittimità costituzionale delle  leggi affidato in Italia come dovunque a un’istituzione indipendente, al cui giudizio è rimessa, la si condivida oppure no, la valutazione esclusiva. E qui un tratto essenziale della moderna democrazia costituzionale, e un presupposto di quella leale cooperazione  tra le istituzioni cui ho sempre fatto e continuo a fare appello, rivolgendomi a tutte e a ciascuna senza eccezione.

Aggiungo, concludendo sul tema, che una cosa è discutere le riforme costituzionali, altra cosa è darne alcuna per già compiuta “di fatto” e dunque operante. Un nostro grande studioso, Leopoldo Elia, che operò anche, sapientemente, nella Corte Costituzionale e poi in Parlamento, e che, a più riprese, elaborò idee di coraggiosa innovazione della stessa forma  di governo parlamentare in cui credeva, mise in guardia, già decenni orsono, contro un uso scorretto della nozione di “Costituzione materiale”, per non “incorrere nell’illusione ottica di scambiare per mutamento costituzionale ogni modificazione del sistema politico” –o, potremmo ora aggiungere- del sistema elettorale.

Considerando importante la recente larga intesa nel voto in Senato su mozioni che concordano nell’indicare alcuni temi rilevanti di riforme istituzionali, anche in materia di giustizia, e nel perseguire “l’approvazione di un testo condiviso dalla più ampia maggioranza parlamentare”. Mi si permetterà di sentirmene confortato, dopo che si è tante volte detto  che i miei auspici unitari non trovano riscontro.

Ebbene, l’Itala non à, come talvolta si descrive, un paese 2diviso su tutto”. Mi sono talvolta riferito a diverse espressioni di una società più ricca di valori e più coesa dell’immagine che ne dà la politica con le sue lacerazioni.  Ma non è 2diviso su tutto” nemmeno il mondo della politica e delle istituzioni, nonostante una conflittualità che va ben oltre il tasso fisiologico proprio delle democrazie mature. L’Italia è stata unita nei giorni del G8 a L’Aquila, nel sostenere l’interesse nazionale al riconoscimento al successo del nostro ruolo di grande paese europeo e di partner importante della comunità mondiale in fase di grave crisi globale.

L’Italia è stata unita nel raccogliere nell’omaggio ai nostri caduti in Afganistan, e nella vicinanza affettuosa alle loro famiglie; ed è unita nel sorreggere le nostre missioni militari e vivili nelle aree di crisi (unanime è stato il voto in Parlamento, in queste settimane, sul rifinanziamento delle missioni).

L’Italia è unita politicamente nel solco della grande causa comune della costruzione di un’Europa sempre più integrata, democratica, dinamica, che affermi il suo ruolo nel nostro mondo globale.

L’Italia è unita nel sentimento popolare e nell’impegno civile attorno alle popolazioni colpite dell’Abruzzo. Così come si è unita anche quest’anno in tante occasioni e iniziative di solidarietà umana e sociale.

L’Italia è stata ed è unita attorno alle forze dello Stato che garantiscono la sicurezza di cittadini e delle istituzioni; unita –al di là della naturale dialettica tra maggioranza e opposizione sui temi generali dell’indirizzo di governo- attorno a tutti i protagonisti dell’impegno e dei successi nella lotta contro la mafia e contro le altre organizzazioni criminali.

E anche nelle istituzioni rappresentative, attraverso il confronto, benché in genere   imperniato su posizioni divergenti, si sono quest’anno realizzati non trascurabili momenti di unità, nelle Regioni, negli Enti locali, e anche a livello nazionale. Si può trascurare il valore dell’ampia convergenza nell’approvazione di una legge impegnativa come quella  sul federalismo fiscale o di una riforma significativa come la nuova legge di contabilità e   finanza pubblica –a riprova, in entrambi i casi, che quella della più larga condivisione è la strada maestra  per realizzare le riforme istituzionali, ed è una strada percorribile?

E allora, stiamo attenti a non lacerare quel fondo di tessuto unitario che si mostra vitale e  che è condizione essenziale per affrontare le sfide e rischi del nostro tempo, per affrontare  le debolezze e le malattie più gravi della nostra società. Di qui il mio richiamo di alcune settimane fa, perché si fermasse “la spirale di una crescente drammatizzazione delle polemiche e delle tensioni tra le parti politiche e tra le istituzioni”. Un richiamo dettato anche dal dovere di prevenire ogni degenerazione verso un clima di violenza: Davvero cui nessuno più sottrarsi specialmente dopo quel che è accaduto a Milano il 13 dicembre.

Guardiamo con ragionevolezza lo svolgimento di questa legislatura che è ancora  nella fase iniziale. Non si paventano complotti che la Costituzione e le sue regole rendono impraticabili contro un governo che goda della fiducia della maggioranza in Parlamento. Ancoriamo il gioco politico democratico alla stabilità delle istituzioni; facciamo affidamento sulle garanzie che esse offrono. Raccogliamo un sentimento diffuso tra gli italiani rivolgendoci più severamente ai problemi del paese e del mondo d’oggi, alle soluzioni concrete e alle riforme cui l’Italia ha bisogno. Prepariamoci a rappresentare –tracciando il bilancio di 150 anni di Unità- l’immagine di una nazione più consapevole di sé, delle sue risorse e della sua missione. E’ questa la responsabilità che noi condividiamo operando nelle istituzioni della Repubblica

 

ultimi articoli pubblicati nel 2010 e archiviati inizio 2011

O CON ME O CONTRO DI ME!

 Nel corso del Consiglio comunale del 15 marzo 2010, Sindaco e maggioranza hanno messo in campo tutta loro sapienza politica, nel richiedere al gruppo Vimodrone Democratica, una dichiarazione d’appartenenza (argomento già dibattuto nel Consiglio precedente ma senza addivenire a soluzione). Siete dunque voi, Favaro, Gregoli e Stabile, ancora parte integrante della maggioranza come a suo tempo dichiarato,   oppure dobbiamo ritenervi all’opposizione? 

Dagli interventi di Sindaco e capogruppo di maggioranza Vania Gardinazzi, traspariva chiaramente il desiderio che fosse lo stesso gruppo a dichiararsi d’opposizione anziché stabilirne loro l’espulsione dalla maggioranza.

Qui occorre fare un poco di storia. I tre fondatori del nuovo gruppo, tutti e tre  Assessori dimissionari della giunta Veneroni, rispettivamente in qualità di vicesindaco, Assessore allo sport e Assessore al bilancio, si erano dimessi da questi importanti incarichi, mantenendo comunque la poltrona di Consiglieri. La motivazione addotte     per l’eclatante gesto, furono il non rispetto delle regole, delle persone e del programma da parte del Sindaco (si invita a leggerne il testo dell’intervento riportato in calce). In aggiunta a quella lettera fu poi dichiarato in sede di Consiglio che pur formando un gruppo autonomo, i tre sarebbero rimasti nell’ambito della maggioranza e che nel contempo avrebbero operato per un cambiamento positivo nell’interesse della cittadinanza.

Vogliamo ricordare che anche un altro Assessore, Brescianini con delega ai Lavori pubblici, aveva rassegnato le proprie dimissioni per analoghi motivi, salvo ritirarle qualche giorno dopo pur confermandone le motivazioni.

Infine, l’Assessore Gornati, nel contesto di quell’infuocato Consiglio, pur non avendo presentato le proprie dimissioni, confermava nella sostanza la veridicità delle   motivazioni addotte dagli altri quattro, dichiarando però candidamente che questa era  “la politica” (!).

Più di un campanello d’allarme echeggiava nell’aula e questi fatti avrebbero dovuto condurre alla logica conclusione di un confronto politico nell’ambito della coalizione,   dal momento che veniva impietosamente appalesata la necessità di un cambiamento, anche in senso democratico. Tanto più se si considera che da quel momento l’assenza   di un solo membro di coalizione avrebbe potuto paralizzare la maggioranza trovandosi ora con 11 voti a favore e 10 contrari.

Tutto questo accadeva nel Consiglio comunale del 5 febbraio 2009, più di un anno fa. Nel frattempo, Veneroni&C. non hanno voluto o saputo affrontare questo problema e neppure sono state promosse riunioni di verifica sullo stato delle cose e/o sugli scostamenti di programma elettorale. Programma con il quale era stato chiesto e ottenuto il voto dei cittadini. Anzi non si è voluto nemmeno ricostituire la commissioni    di cittadini che, prevista, doveva seguire passo dopo passo il corretto procedere della maggioranza e che avrebbe costituito un pezzo importante della tanto decantata “partecipazione”.

Ma perché la perentoria richiesta del Sindaco: o con me o contro di me?

Il motivo sta nel fatto che il gruppo consigliare Vimodrone Democratica ha più volte votato contro alcune proposte deliberative della maggioranza. Una brutta contrarietà   per il duo Veneroni-Gardinazzi che non ha mai tenuto in considerazione le motivazioni   di voto dei tre Consiglieri, peraltro puntualmente espressa in ogni occasione ed esercitando con questo il diritto a discutere e formulare anche proposte migliorative.

Ad esempio, sul bilancio di previsione del 2010, i componenti del gruppo hanno rilevato eccezioni che a loro parere non erano allineate con il rispetto delle leggi, col risultato di ottenere risposte arroganti e addirittura minacce di querele. Purtroppo.

La visione che ne consegue è: chi non vota a favore e un oppositore!

Questo aberrante concetto di voto favorevole, disgiunto dal proprio pensiero è stato ribadito anche da altri (in particolare dal consigliere Messineo). Il Sindaco si è spinto oltre accusando il gruppo, fra l’altro senza distinzione, di avere intenzione di  ripresentarsi alle prossime elezioni con altro schieramento politico!

Non solo quindi i Consiglieri di maggioranza dovrebbero votare a favore sempre,   anche quando non sono d’accordo, ma sarebbe loro vietato il diritto democratico di ripresentarsi all’elettorato, a fine mandato, con altra lista.

Ancora una volta il punto è stato rinviato al prossimo Consiglio comunale, non volendo capire che l’argomento non compete a questa istituzione: ma è così difficile dialogare in sede politica?

COME COMMENTARE  IL FATTO?

Nulla di nuovo sotto il sole: anche a Vimodrone vige il criterio (molto brutto e motivo    di “stanchezza” fra i cittadini) che i Consiglieri di maggioranza devono votare sempre a favore, quale che sia la loro opinione e la loro conoscenza sull’argomento posto in discussione, mentre quelli d’opposizione devono votare sempre contro, quale che sia la loro vera opinione (vedere articolo Io voto. Tu voti. Egli vota…). Insomma, la politica trasformata in tifo da curva. Senza passione, senza dialogo democratico, senza sentimento.

Ma è possibile cambiare tutto questo? Per farlo, basta applicare tre semplici regole democratiche cominciando dal rispetto all’ascolto, seguito dal confronto e da una vera trasparenza.

Pertanto, caro Veneroni, sappiamo bene che non tutto vuoi o puoi sentire, ma se per caso ci senti, vogliamo suggerirti di privilegiare la predisposizione al confronto (ti assicuriamo che non è una cosa inutile). Se poi vuoi aggiungere anche un pizzico   d’umiltà (che è l’esatto contrario dell’arroganza), ti assicuriamo che le cose si appianano da sole, senza togliere un grammo alla tua nobiltà e importanza. Anzi avresti a questo punto il grande merito di condurre una maggioranza in perfetta armonia, pronta a condividere ogni progetto politico.

Ti vogliamo dare anche un aiutino in più: forse non è troppo tardi.

Questo, il testo integrale dell'intervento fatto in Consiglio comunale il 5 febbraio 2009 dall'ex Assessore nonché vicesindaco Monica Favaro anche a nome di Enzo Gregoli e di Maria Rita Stabile, con le motivazioni delle loro dimissioni. 

 E’ con grande determinazione e convinzione che ci accingiamo a leggere questa nota, con l’obiettivo di rendere ancora più esplicite le motivazioni delle nostre scelte, essendoci parso che, forse strumentalmente, abbiano voluto essere fraintesi.

Il mandato politico-amministrativo, iniziato quasi sette anni fa, nasceva, dopo l’esperienza reiterata dell’amministrazione della lega Nord, sulla scorta di una forte tensione morale, uno spirito unitario di coesione, la volontà di essere   aperti al contributo della società civile, allo scopo di intercettare i veri bisogni  dei cittadini. Per un lungo periodo, siamo riusciti a non perdere l’entusiasmo e   a realizzare, insieme, gli obiettivi che ci eravamo proposti, evidenti alla collettività.

La situazione, negli ultimi mesi, però, è così mutata, da aver condotto quattro assessori, palesemente rappresentativi della volontà degli elettori, a rassegnare le dimissioni. Dagli organi di stampa e dal comunicato riportato nel sito del Comune siamo tacciati di personalismo e irresponsabilità. Ci accusano di manifestare in modo eclatante un disaccordo, ritenuto da alcuni facilmente ricomponibile e, soprattutto, non sostanziale

Spiace non si voglia comprendere che si stanno ponendo questioni fondamentali, quali la democrazia, il rispetto della dignità della persona, la trasparenza, il rispetto dei ruoli, l’eticità.

Questi sono per noi valori non negoziabili, non sono vacue dichiarazioni di principio, utili solo ad infarcire qualche discorso o comunicato, per rendersi credibili ai più. Non solo sul PGT o sul bilancio possono confliggere visioni differenti, non solo su queste tematiche è necessario invocare e pretendere giustizia, rispetto, trasparenza, linearità e congruenza nelle scelte.

Negli anni è stato persino detto da qualcuno che noi fossimo ancorati alla nostra posizione di "privilegio" assessorile. Questa è la dimostrazione che chi intende la politica come puro e mero servizio ha la libertà e l’onestà intellettuale di poter aderire, se crede nelle scelte, e, viceversa, di potersene discostare, facendo un passo indietro, se non ne intravede il senso e il valore più profondo. Noi abbiamo seguito questa direzione, non sentendo altri vincoli che le nostre coscienze e il nostro senso dell’agire politico

Non riteniamo di avere responsabilità in questa frattura: da tempo ci siamo strenuamente e instancabilmente confrontati nella speranza che il nostro punto di vista potesse almeno essere preso in esame. Ad ogni ragionamento è stata opposta un’alzata di spalle: qualcuno ha creduto che potessimo venire a patto con noi stessi. Così non è e, coerentemente con quanto crediamo, lasciamo che siano altri, più in linea con le decisioni assunte, a garantire la governabilità di questo paese.

Altri potrebbe dire che, in nome del senso di responsabilità, i dissidi devono forzosamente rientrare. Ma cosa significa senso di responsabilità? Aver lavorato, mettendo al servizio saperi, competenze, creatività, impegno, abnegazione, per realizzare gli obiettivi importanti che sono stati raggiunti a beneficio dei cittadini? Dialogare, confrontarsi, magari litigare, senza perdere mai da vista il significato di ciò che si sta facendo? Mediare, mediare e ancora mediare tra posizioni differenti?

Ebbene, tutto questo noi l’abbiamo fatto.

Il senso di responsabilità, però, non può significare calpestare i propri ideali, i propri valori in nome di una qualsivoglia disciplina. Non può significare vedere svilita la propria dignità, senza reagire.

E’ così improponibile che il posto in giunta sia lasciato da chi non risiede a Vimodrone e non è stato eletto? E’ così improponibile che collaboratori stipendiati riacquisiscano i limiti naturali entro cui operare e non ricoprano, in un delirio di onnipotenza, ruoli politici che non competono loro? E’ così improponibile che assessori, assumendosene pienamente la responsabilità, pretendano di condividere le scelte strategiche? E’ così improponibile che ci si ribelli ad accordi che prima vengono sottoscritti dalle segreterie politiche e, solo successivamente, comunicati ed imposti?

Non ci si confonda: non è l’allargamento della rappresentatività in giunta a scandalizzare. Si vuole, però,  far passare per accordo politico, sottoscritto e firmato da tutti i consiglieri comunali, una dichiarazione di intenti che, in assenza di formale accettazione, ha trovato riscontro in una dichiarazione, durante il primo Consiglio Comunale del 2007, di sfiducia nei confronti degli assessori incaricati, nella costituzione di un gruppo autonomo, nell’astensione sulle linee politico-programmatiche. Nessun veto, dunque, solo la convinzione che chi aspira ad entrare a far parte di una squadra debba condividerne convintamene gli obiettivi, le finalità, i metodi.

Ringraziamo non formalmente quanti hanno lavorato in questi anni al nostro fianco, impiegando energie e creatività e riponendo fiducia in noi. Ai cittadini garantiamo una presenza costante nell’assolvimento del nostro compito di consiglieri, scevro da sentimenti di rivalsa nei confronti di alcuno, ma anche critico e attento.

Per queste ragioni costituiamo un gruppo autonomo, di cui comunicheremo denominazione e nominativo del capogruppo prossimamente.

Monica Favaro

Enzo Gregoli

Maria Rita Stabile

 

 

 

Io voto. Tu voti. Egli vota…

Abbiamo assistito a un bel teatrino nell’ultimo Consiglio comunale, ovvero il gioco delle parti dove destra e sinistra si arruffano su argomenti seri. Molto seri.

Il tema dibattuto riguardava il ruolo del Consigliere eletto: votare secondo coscienza o seguire la disciplina di coalizione?

In campo si sono presentati Murnigotti (Io amo Vimodrone - opposizione) e Gardinazzi (Vimodrone sei Tu - maggioranza). Il primo a favore del voto di coscienza, la seconda a difesa del voto schierato dal momento che nulla ha da rimproverarsi questa maggioranza sulla bontà del percorso sinora intrapreso e, pertanto, è da individuarsi in questa motivazione il voto compatto.

Astraendoci per un attimo dalle considerazioni storiche che vedono in  questo caso giocare destra e sinistra a ruoli invertiti, le motivazioni poste in campo meritano una riflessione.

Per l’opposizione il lavoro è relativamente semplice. L’esposizione delle proprie tesi mai o quasi mai accolte, qualche astensione, rarissimi voti a favore e fiumi di voti contrari.

Il problema si pone invece quando sei Consigliere di maggioranza.  Se è vero che la tua linea guida è riconducibile alle promesse elettorali, nessun programma, anche quello più condiviso dalla coalizione, può venirti in soccorso in tutte le occasioni di voto.

E’ a questo punto che si apre uno squarcio nella tua coscienza, quando devi dimenarti fra la tua appartenenza politica e l’alzata di mano a favore e in nome della compattezza di gruppo.

Il politico navigato dirà che il problema non si pone e che la “marchetta” è parte integrante della politica stessa. Semmai, i panni sporchi si lavano in famiglia, in fase di consulta e durante il corso del cammino amministrativo.

Semmai, appunto.

Non risulta a un’altra città che esista una vera e democratica consulta nell’attuale maggioranza. Lo stanno a dimostrare la non lontana fuoriuscita   di un vice Sindaco e due Assessori che hanno creato un gruppo a sé stante: Vimodrone Democratica. Nell’occasione aveva rassegnato le dimissioni anche un altro Assessore che le ha poi ritirate. Il motivo della debacle era ben spiegato in una lettera ai cittadini che in sintesi potrebbe riassumersi in arroganza, mancanza di democrazia e poca trasparenza da parte del Sindaco (vedere articolo Consiglio comunale: o con me o contro di me! ).

Quando poi non vi sono state interpellanze presentate da Consiglieri di maggioranza al Sindaco stesso, tese a chiedere lumi sull’assunzione di alcune iniziative di cui la coalizione non era stata evidentemente messa a conoscenza.

In questo quadro, mantenere unita la coalizione diventa un vero problema anche perché da oltre un anno, il rapporto di forze in aula si è ridotto sensibilmente con 11 voti a favore e 10 contrari rispetto agli iniziali 14 a 7.

Ecco spiegato il gioco delle parti e perché l’opposizione si richiama al voto secondo coscienza, ben sapendo che al primo stormir di fronde, Veneroni potrebbe essere messo in minoranza. Dal canto suo, la maggioranza sostiene il voto compatto, motivandolo con mirabolante intrapresa politica che non può che essere condivisa da tutti i Consiglieri.

Il cittadino comune si chiede a questo punto se deve rimettere mano a lapis  e scheda elettorale, oppure farsi una ragione del ruolo che dovrebbero svolgere i Consiglieri da lui eletti: voto di coscienza o di appartenenza?

A ogni cittadino la propria idea, ma ne vogliamo parlare? Chiunque abbia un’opinione in merito ci scriva. Troverà accoglienza sul prossimo aggiornamento di sito.

 

NOVITA’!

Ma non troppo

 

Informazioni sul Consiglio comunale di lunedì 15 febbraio 2010 

Il Sindaco ha portato in consiglio la “proposta” (ovviamente approvata a maggioranza,   ci mancherebbe altro) di alienare, cioè vendere, due piccole proprietà della collettività. Diciamo piccole e poco importanti ai fini delle casse comunali perché si tratta, per la prima, di un valore di 8.000,00 euro e la seconda di 11.000,00. Per amor di precisione, sono valori attribuiti d’ufficio che saranno confermati o variati mediante una perizia.

Cosa dire in merito?

Per prima cosa è opportuno rammentare che la vendita di un bene della comunità (giacché è dei cittadini e non personale di Veneroni) dovrebbe quantomeno essere supportata da una motivazione dettata da una precisa necessità e non da un generico     “al fine di finanziare spese d’investimento”.

Non possiamo inoltre non rilevare la piccolezza delle alienazioni rispetto all’imponenza   del bilancio comunale, dal momento che il Sindaco ha più volte dichiarato che non ci  sono problemi economici in termini di liquidità, tanto più dopo l’arrivo di quasi 3 milioni  di euro (dallo Stato per ICI arretrata) che hanno salvato in extremis i parametri del   Patto di stabilità per l’anno 2009.

Si dovrebbe quantomeno far valere il principio che vendendo una o più proprietà, il nostro comune non diventa più ricco ma più povero. E più poveri lo siamo diventati tutti quando poco più di un anno fa, la maggioranza ci ha venduto l’edificio dell’ex farmacia comunale (che garantiva reddito), la luce di un negozio al Comparto nord (da adibire a servizio pubblico) e, sempre al Comparto, una palestra sportiva di 600 mq circa (forse non serviva ai cittadini?).

Allora la motivazione dell’alienazione è stata imputata al Patto di stabilità, perché così come si trovava, il bilancio comunale non avrebbe potuto proprio quadrare.

Tornando però alle due vendite attuali, dobbiamo dire che la prima è in certo qual modo giustificabile perché si tratta di un fazzoletto di terra, forse un centinaio di metri o poco  più che sono già stati concessi in uso al proprietario di un’adiacente villetta, tanto che questi lo ha recintato rendendolo corpo unico con la sua proprietà. Vista l’ampiezza e la posizione, il comune proprio non poteva utilizzarlo se non adibendolo a piccolo giardinetto pubblico o a posteggio.

Sulla seconda proprietà invece, le perplessità sono tante. Cominciamo col dire che si tratta di una costruzione tipo grande box, di 28 mq, che si trova all’interno cortile dell’ex asilo di via Roma. Uno spazio chiuso che in passato è stato utilizzato dal comune come magazzino e pure come autorimessa da un’Associazione che aveva appunto la sede in  via Roma.

Dopo tale presa d’atto, l’alienazione ci sembra alquanto astrusa, anche perché la vendita non può essere messa all’asta per poter ottenere la miglior offerta, ma diventa obbligatorio cederla a uno dei due confinanti. Infatti, vendere i 28 mq situati all’interno    di un cortile che non offre possibilità di passaggio sarebbe alquanto problematico, mentre uno dei due confinanti può utilizzarli chiudendo l’ingresso attuale affacciato verso il cortile dell’ex asilo e aprire una nuova via d’accesso verso la sua proprietà. In più, essendo i 28 mq edificati, si potrebbe anche abbatterli per trasferire la volumetria su nuove costruzioni.

Ci sia consentita quindi qualche perplessità su questa strana operazione, sia per la motivazione a supporto della vendita che per il prezzo “stimato”. Gli 11.000,00 euro a corpo, significano 392,00 euro al mq, che sono francamente pochini rispetto a box e costruzioni simili sul territorio, anche per ubicazioni periferiche e non centrali come in questo caso.

Pure si aggiunga che l’interminabile ristrutturazione dell’ex asilo a cura della spettabile Amministrazione, una volta terminata, dovrebbe accogliere le Associazioni di  Vimodrone, tant’è che da lungo tempo è già stato individuato il nome dell’edificio: Casa delle Associazioni.

Quale miglior occasione per accogliere qualche Associazione in più nei 28 mq, magari    di quelle che da anni stanno elemosinando una manciata di metri quadri per svolgere con tranquillità la loro attività?

Considerato tutto questo, facciamoci la domandina: si tratta veramente di un affare nell’interesse dell’intera collettività?

Foto omessa

 

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Opposizione:

se ci sei, batti un colpo!

Informazioni sul Consiglio comunale di lunedì 15 febbraio 2010

 

Anche se la cosa non risulta ancora formalizzata, è certo che il Consigliere di minoranza Tomarchio presenterà le proprie dimissioni a causa di sopravvenuti impegni di lavoro.  Al suo posto, quale primo dei non eletti, subentrerà Vittorino Ruberto.

Ricordiamo che entrambi si erano candidati nella lista “Io amo Vimodrone” il primo in quota a Forza Italia, mentre il secondo, già Assessore ai tempi della giunta Galluzzo, in quota Lega.

Si vuole inoltre segnalare che alla seduta di Consiglio del recente 15 febbraio, erano assenti 3 membri di minoranza (non risultano giustificazioni al riguardo) e un membro di maggioranza (più che giustificato da un lutto famigliare).

La storia delle assenze da parte dell’opposizione è una costante, tanto costante da non essere assolutamente giustificata. Evidentemente, per alcuni candidati della lista “Io amo Vimodrone” non ha grande significato accettare il ruolo che l’elettorato ha loro assegnato. La questione risulta quantomeno in forte contrasto con “l’amare Vimodrone”. 

Grazie dunque a Tomarchio, a prescindere dalla fede politica che ogni cittadino porta con sé. Rispetto per chi si impegna e sacrifica per il bene della città. L’auspicio che noi tutti facciamo è che il subentrante Ruberto, quando sarà il momento, sarà presente in Consiglio tanto quanto lo era quando aveva la poltrona di Assessore nella giunta leghista.

 

XV GIORNATA DELLA MEMORIA E DELL’IMPEGNO IN RICORDO       DELLE VITTIME DELLE MAFIE

 

La XV edizione dell’ormai celebre manifestazione, si è celebrata a Milano, sabato 20 marzo 2010. Un lungo corteo composto da giovani colorati e vocianti e, soprattutto,  da ragazze. Il che fa ben sperare per il futuro della nostra società. Molti provenienti dalla Sardegna, dal Piemonte, dal Veneto e tante altre regioni d’Italia. Moltissimi   quelli della Sicilia, Campania, Puglia e Calabria.                                                             Erano oltre 150.000 i partecipanti che hanno aderito grazie all’organizzazione della rete di Libera il cui fondatore, don Ciotti ha stigmatizzato dal palco allestito in piazza Duomo dove si è conclusa la marcia, l’amalgama che si sta sempre più consolidando fra mafia e politica: “I candidati elettorali non si scelgono solo in base alle vicende giudiziarie, ma in base ai comportamenti e alle frequentazioni” proseguendo con un perentorio “la politica tutta, torni a essere politica con la “P” maiuscola. Abbiamo bisogno di una politica che sappia fare a meno di darsi codici etici perchè deve rispondere al codice della propria coscienza”.

Il tema posto al centro della giornata è stato la dimensione finanziaria delle mafie. Troppo spesso si licenzia frettolosamente ancora oggi il problema mafia come  qualcosa che riguarda solo alcune regioni del sud Italia. Sappiamo per certo che       non è così, che oggi le mafie investono in tutto il mondo e che nel nord Italia ci sono importanti cellule di famigerati clan, che riciclano denaro sporco, investono capitali nell’edilizia e nel commercio, sono al centro del narcotraffico, sfruttano la mano d’opera attraverso lavoro nero.

La corruzione, oggi nuovamente a livelli altissimi come sottolineato dalla Corte dei Conti, è un fenomeno presente in misura crescente dove ci sono maggiori possibilità    di business: è dunque il Nord tutto a doversi guardare da questi fenomeni di penetrazione da capitali illeciti. 

Milano è la città in cui fu ucciso nel 1979 Giorgio Ambrosoli, avvocato esperto in liquidazioni coatte amministrative, che stava indagando sui movimenti del banchiere siciliano Michele Sindona. Milano è la città in cui il 27 luglio del 1993 ci fu una delle bombe che esprimevano l’attacco diretto allo Stato da parte della mafia: la strage       di via Palestro, nei pressi del Padiglione di Arte Contemporanea. Ci furono cinque morti. Milano è infine la città in cui si terrà l’Expo nel 2015, una manifestazione che attrarrà ingenti capitali e su cui sarà importante vigilare al fine di non consentire l’infiltrazione delle mafie. Per tutte queste ragioni e per molte altre, si è celebrato a Milano la XV Giornata Nazionale della Memoria e dell’Impegno, in ricordo delle vittime delle mafie.

Foto omesse

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Articoli vari pubblicati arile 2010

 

 

L MOVIMENTO CINQUE STELLE SI PRESENTA A VIMODRONE

Lunedì 17 maggio si è tenuta la prima riunione di presentazione del movimento 5 stelle (i cosidetti grillini) a Vimodrone.

All’incontro, cui ha partecipato un nutrito gruppo di cittadini era presente anche un'altra città.

Il Movimento 5 stelle ha ribadito la sua volontà di partecipare alla vita politica e alle prossime elezioni in piena e netta autonomia sia dallo schieramento del centrodestra che da quello di centrosinistra, avendo come obiettivo quello di promuovere un nuovo modo di fare politica. Tutto questo per porre rimedio allo sfacelo prodotto dall’attuale classe dirigente.

Un'altra città, ha precisato che intende mantenere la sua autonomia di lista civica  e ambientalista pur dichiarando di essere interessata a proseguire il  rapporto di stretta interlocuzione con il nascente movimento.

    Prossimo incontro a Vimodrone: 10 giugno 2010  ore 21,00 presso la biblioteca comunale

 L'iniziativa è indirizzata a tutti i cittadini, semplici curiosi e amanti della politica

l'iniziativa sarà pubblicizzato tramite apposite locandine.

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Coerenza personale                 e di gruppo

La storia è zeppa di episodi dettati dall’incoerenza con chiara tendenza all’incomprensibilità. Tale malvezzo, non autorizza tuttavia la nostra Amministrazione a perseguire questi esempi in sede di Consiglio comunale, perché noi, da cittadini piccoli piccoli, gradiremmo che quanto osserviamo e sentiamo in aula fosse possibilmente: 

       a) in linea con i principi e i programmi enunciati, sulla cui base è stato ottenuto il voto

.......b) e soprattutto al servizio della collettività, con l’intento di perseguire gli interessi dei ...........cittadini in ossequio alla più totale trasparenza.

Premessa, crediamo necessaria per raccontare un episodio di non grande entità, ma importante per il suo significato.

Il Consiglio comunale è quello del 4 maggio 2010 e il Sindaco, in uno dei suoi sfoghi di grandeur ostentata e dai toni compiaciuti, come se avesse compiuto non sappiamo   quale miracolo, informa di aver “cacciato” due famiglie di zingari che si stavano insediando presso la cascina Cassinella.

E’ il caso di rimarcare che l’argomento all’ordine del giorno era di tutt’altra natura e, precisiamo pure, che la cascina Cassinella è di proprietà della Fondazione Centro San Raffaele del Monte Tabor ai cui vertici stà l’arcinoto don Luigi Maria Verzè che, forse forse, ci avrebbe pensato due volte prima di cacciare degli zingari da una sua proprietà.

Ora, non vogliamo ricordare la storia di questo Popolo senza terra e neppure  rammentare un passato di discriminazione, di soprusi e di pratiche di sterminio da parte del fanatismo Hitleriano e Mussolinianio ma, con i piedi ben saldi a terra, vogliamo rammentare che la stragrande maggioranza degli zingari sono italiani in quanto nati in Italia. Pure rimarchiamo che sono uomini e come tali devono essere considerati.

 L’azione e il “vanto” di Veneroni fanno veramente a pugni con la sua estrazione cattolica (che non vuol dire raccogliere voti  intorno alla Parrocchia), ma è pure in contrasto con i princìpi culturali e democratici del suo programma, in pieno contrasto con la sua coalizione e in particolare con chi da sempre si è posto a difesa delle fasce più deboli della società (anche se in Consiglio comunale tutti, nessuno escluso, hanno espresso il loro tacito consenso).

Quale gloria vi è in questa azione? Forse quella di aver mostrato buoni muscoli (non suoi) o buona lingua nell’ordinare lo sgombero alla Polizia locale congiunta ai Carabinieri?

Certo che “cacciare” è la soluzione più semplice, quella che assumono molti (non tutti però) i sindaci leghisti. Nel concreto, non si fa altro che palleggiare il problema con altri sindaci confinanti.

Caro Dario, dove credi siano andate a finire le due famiglie dopo il tuo eroico agire?

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MILANO CONTRO GLI INCENERITORI

 

In questi ultimi giorni ci sono state diverse manifestazioni di contrarietà alla realizzazione di nuovi inceneritori (o al loro ampliamento). Tra queste, due hanno interessato la provincia di Milano.

Dopo la mobilitazione nazionale contro gli inceneritori che ha coinvolto migliaia di persone, lo scorso 17 aprile a Parma (che sta coinvolgendo persino l’imprenditore Barilla); dopo che l’indignazione popolare ha costretto il presidente della Regione Emilia Romagna ad ammettere la “deroga” alla legge per bruciare i fanghi velenosi, provenienti dal Lambro, nell’inceneritore di Piacenza, qualcosa si muove anche in Lombardia.

Una prima vicenda riguarda il raddoppio del termovalorizzatore di Trezzo sull’Adda (Nord-est Milano), gestito dalla Prima Srl, facente capo al Gruppo Falck, ed ha preso il via lo scorso giugno, con la richiesta della società di portare le linee di termovalorizzazione da due a quattro, con un'ulteriore capacità di smaltimento di 193mila tonnellate di rifiuti all'anno.
Un potenziamento che prevede, tra l'altro, un raddoppio della volumetria e della superficie occupata (attualmente circa 23mila metri quadrati). In una prima fase, la richiesta di ampliamente era stata archiviata dalla Regione Lombardia per «motivi tecnici in merito alla reale disponibilità delle aree interessate», cui è però seguita,   poche settimane fa, una sentenza del Tar che ha «riaperto il processo autorizzativo».

L’inceneritore di Trezzo sull’Adda è uno dei lucrosi impianti del gruppo Falck,    (entrato nel business dell’energia dopo aver lasciato la siderurgia), che beneficiano     dei contributi statali (i CIP6) come “fonte di energia rinnovabile”

Il 18 aprile a Grezzago, comune confinante con Trezzo, si è tenuta una manifestazione promossa dal WWF di zona, che ha visto diverse centinaia di persone, compresi molti sindaci. Il sindaco di Trezzo sull’Adda si è sottoposto ad analisi del sangue apposite che hanno individuato la presenza di metalli pesanti, derivanti con buona probabilità   dal rilascio di polveri dell’inceneritore.

Molti sindaci presenti anche nella seconda manifestazione, che ha visto circa 2000 persone a Opera, in pieno parco agricolo Sud Milano. Qui l’oggetto del contendere è la realizzazione di un nuovo inceneritore, che il comune di Milano (attraverso la ex municipalizzata A2A) vorrebbe realizzare proprio al confine con Opera

passando sopra le teste dei cittadini e degli enti locali, compresi quelli “amici”: è interessante ricordare che l’attuale sindaco di Opera è l’ex segretario della Lega Nord, che si era distinto in passato per la vergognosa persecuzione dei Rom che il comune    di Milano aveva espulso sul territorio di Opera.

La strategia che vede questa richiesta “a tenaglia” di nuovi inceneritori per la provincia di Milano, è ancora una volta il famigerato EXPO 2015. Nel nuovo dossier presentato al Bureau International des esposition, si stimano 20 milioni di visitatori. Solo qualche mese fa la stima del numero di ipotetici visitatori dell’EXPO era di 6 milioni di visitatori nell’arco dei sei mesi previsti. Ora, non si comprende come le stime possano essere triplicate nel giro di pochi mesi se al fine di utilizzare questo numero enorme per giustificare le “grandi opere” connesse ad EXPO. Oltre alle autostrade e all’alta velocità, anche gli inceneritori rientrano in questa discutibile “strategia”. Più gente  uguale più rifiuti da bruciare, per impianti che poi vivranno inghiottendo i rifiuti che provengono da fuori territorio, come già succede per oltre la metà di quanto bruciato   a Trezzo sull’Adda.

È doveroso ricordare che gli inceneritori sono impianti che vivono delle provvigioni statali, altrimenti non sarebbero economicamente sostenibili. Per questi incentivi la Commissione Europea ha avviato una procedura di messa in mora dell’Italia, dichiarando questi incentivi un dazio ingiusto. Per questo motivo l’associazione      Diritto al futuro (www.dirittoalfuturo.it) sta promuovendo in tutta Italia una campagna per ottenere il rimborso dei contributi CIP6, versati dai cittadini in questi anni.

Ernesto Pedrini

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L’EMERGENZA LAMBRO NON E’ ANCORA FINITA

L’emergenza dovuta allo sversamento di idrocarburi nel Lambro, avvenuta il 23 febbraio scorso non è ancora finita.
Queste sono le conclusioni della Lipu che ha seguito la vicenda del recupero degli uccelli contaminati dai liquidi fuoriusciti dalla Lombarda Petroli di Villasanta, vicino Monza.
Ci sono diversi elementi non chiari, il primo dei quali è la quantità dello sversamento. I dati dell’Agenzia regionale per l’ambiente e quelli di Brianza Acque, che gestisce il depuratore di Monza, non collimano. Lo sversamento, possibile tecnicamente solo con l’intervento doloso di più persone, si è riversato nelle fogne collegate con il depuratore di Monza. Brianza Acque invece dice di aver trattenuto la maggior parte degli inquinanti, tanto che il depuratore è tuttora fuori uso. Ma la quantità dispersa è stata sufficiente per percorrere tutta l’asta del fiume a valle (c’è chi parla di 40 km di scia), arrivare nel Po e trovare lo sbarramento di Isola Serafini, che avrebbe trattenuto tutto il resto, tanto che i fanghi di  Isola Serafini, ricchi di idrocarburi, stanno bruciando nell’inceneritore di Piacenza.

I conti non tornano. Inizialmente le notizie ufficiali parlano di 50 mila tonnellate ma la stima sembra persino in difetto, dopo qualche giorno il dato ufficiale parlerà di 2600 tonnellate, poco più di quanto avevano dichiarato alla Lombarda Petroli come stoccaggio massimo,  un dato che guarda caso permette di evitare gli obblighi di legge come industria a rischio   di incidente rilevante.
Un dato ridicolo che non trova riscontro nella realtà e nella matematica: Brianza acque dichiara che lo sversamento è stato di 2800 tonnellate e che il loro depuratore ne ha trattenuto il 70 per cento. Ma ad Isola Serafini dichiarano di aver trattenuto 1800  tonnellate di idrocarburi e che 600 sono proseguite nel Po (fino al mare ovviamente).         E quindi quante sono le tonnellate sversate?

Anche sulla qualità di quanto sversato ci sono seri dubbi, cosa contenevano esattamente   le cisterne? I volontari della Lipu che hanno soccorso gli uccelli contaminati parlano di lesioni incompatibili con i semplici idrocarburi, persino il Tg regionale si era interessato   della loro attività salvo poi tagliare la parte in cui si denunciavano queste morti sospette degli uccelli…
Perché qualcuno, forse dell’azienda (solo chi sapeva il funzionamento dell’impianto poteva effettuare uno sversamento), avrebbe dovuto sversare degli idrocarburi che stoccava in quantità previste dalla legge? O forse c’era qualcos’altro? Qualcosa che nel Delta del Po ha spinto la Regione Veneto ad impedire per giorni di usare l’acqua anche per usi alimentari? Qualcosa che ha fatto morire gli uccelli per emorragie interne e organi spappolati?

La combinazione di questo “incidente” con l’approvazione del decreto ministeriale che depenalizza di fatto l’inquinamento delle acque è veramente singolare. Lo è ancora di più  se si pensa che nel mese successivo al disastro vi sono stati altri importanti episodi di sversamenti nello stesso Lambro, nel Naviglio Pavese, in una roggia del Parco di Trenno (Milano ovest)… quasi come se il via libera del decreto avesse messo in moto una serie    di processi viziosi di imitazione.

E la Regione cosa fa? Il celeste Formigoni, che si accinge a festeggiare i venti anni di governo della Lombardia ha stanziato fondi importanti (20 milioni di euro ma solo per cominciare) per rendere il Lambro balneabile entro il 2015. Ma come, non era stata la stessa Regione a dichiarare qualche anno fa che il Lambro era un fiume morto, tanto da chiedere una proroga alla Direttiva Acque dell’Unione Europea? Un corso d’acqua che attraversa Monza, Milano (Lambrate, Ponte Lambro), Melegnano, può resuscitare in 5 anni? Oppure i soldi arrivano “ad orologeria”, diciamo per far muovere l’economia, indipendentemente dai risultati?
E se anche tutto questo facesse parte della ruvida guerra dell’acqua che in tutta Italia si    sta giocando sulla pelle della gente?

Ernesto Pedrini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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