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Il Giorno
della Memoria
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Il “Giorno della
Memoria" è stato
istituito dal
Parlamento
Italiano in
ricordo dello
sterminio e
delle
persecuzioni del
popolo ebraico e
dei deportati
militari e
politici
italiani nei
campi nazisti,
con apposita
Legge del 20
luglio 2000, n.
211
Art. 1
La Repubblica
italiana
riconosce il 27
gennaio, data
dell'abbattimento
dei cancelli di
Auschwitz,
"Giorno della
Memoria", al
finedi ricordare
la Shoah
(sterminio del
popolo ebraico),
le
leggi razziali,
la persecuzione
italiana dei
cittadini ebrei,
gli italiani che
hanno subìto la
deportazione, la
prigionia, la
morte, nonché
coloro che,
anche in campi e
schieramenti
diversi, si sono
opposti al
progetto di
sterminio, con
grave rischio
per la propria
vita, salvando e
proteggendo i
perseguitati.
Art. 2
In occasione del
"Giorno della
Memoria" di cui
all’articolo 1,
sono organizzate
cerimonie,
iniziative,
incontri e
momenti comuni
di narrazione
dei fatti e di
riflessione, in
modo particolare
nelle scuole
d’ogni ordine e
grado, su quanto
è accaduto al
popolo ebraico e
ai deportati
militari e
politici
italiani nei
campi nazisti in
modo da
conservare nel
futuro
dell’Italia la
memoria di un
tragico ed
oscuro periodo
della storia nel
nostro Paese e
in Europa, e
affinché simili
eventi non
possano mai più
accadere.
|
Nell’occasione
di questa ricorrenza,
un’altra città vuole
rammentare a tutti i
cittadini e
all’Amministrazione
comunale, che negli anni
a seguire la fine della
seconda guerra mondiale,
chiamati anche anni
della ricostruzione,
Vimodrone ha avuto un
Sindaco Medaglia d’Oro
alla Resistenza:
Giovanni Sordi.
Riteniamo molto
importante ricordarlo
in questo momento
storico nel quale la
“memoria” sembra essere
diventata merce assai
rara.
Su questo
Sindaco-partigiano poi,
sembra che a Vimodrone
la memoria non vi sia
mai stata, dal momento
che siamo in totale
assenza di una seria e
ufficiale
commemorazione,
nonostante siano
trascorsi 32 anni dalla
sua morte e ben 59 dal
suo insediamento in
carica.
Solo per iniziativa di
un’altra città,
nel giugno 2008
si è tenuta una
partecipata
manifestazioni presso i
locali della biblioteca
comunale (evento
riportato ampliamente
sulla Gazzetta della
Martesana del 16 giugno
2008).
Vogliamo mettere in
evidenza questa nostra
iniziativa, perché
nell’occasione avevamo
pubblicamente proposto
di intestare a Sordi il
piccolo parco tra le vie
Resistenza e Repubblica
che all’epoca era in
fase di
ristrutturazione.
Colse la palla al balzo
l’attuale Sindaco, Dario
Veneroni, che ritenendo
poca cosa un piccolo
parco, fece solenne
promessa di intestare a
Sordi l’edificio
comunale (ex asilo nido)
di via Roma che, nei
progetti comunali, era
destinato a casa delle
Associazioni.
Come in questi casi
accade, il Consiglio
comunale avrebbe dovuto
approvare un’apposita
delibera, impegno
garantito anche dal
gruppo Socialista che è
parte integrante della
maggioranza attuale
(ricordiamo che Sordi
era Socialista). A
quasi due anni da
quella promessa, del
Sindaco Medaglia d’Oro
alla Resistenza non si
è più parlato,
nemmeno nelle
commemorazioni
antifasciste che pure ci
sono state!
Per ricordarlo,
riportiamo alcuni
stralci dell’articolo
apparso sulla Gazzetta
della Martesana del 16
giugno 2008:
“...fu Comandante
partigiano, insignito
dal comune di Sesto San
Giovanni con la
Medaglia d’Oro alla
Resistenza… Sordi è
stato Sindaco di
Vimodrone dal 1951al
1964, proprio negli anni
della ricostruzione dopo
la Giunta Caccia…
Oltre alla Medaglia
d’Oro ricevette anche
una targa ANPI milanese
nel 1975 e diversi
riconoscimenti postumi…
i cittadini sapevano che
potevano trovarlo sempre
a disposizione in
Comune. Nel periodo
della ricostruzione,
inaugurò le linee celeri
dell’Adda, diventate poi
Metropolitana, la prima
scuola di Vimodrone in
via Battisti, il ponte
sul Naviglio e altro
ancora. Basti dire che,
prima di Sordi, la
nostra cittadina non
aveva neanche le
fognature…
Ai nostri solleciti per
un passo concreto, sono
seguite sempre le più
ampie assicurazioni ma…
a tutt’oggi, il nulla!
Memoria corta o altre
ragioni?
E’ certo che l’umile
figura del “Sindaco di
tutti” come era chiamato
Sordi dalla popolazione,
sia fuori tempo oggi,
dove fare il Sindaco o
l’Assessore è diventato
un’attività, un
mestiere, dal quale può
iniziare una lucrativa
carriera politica.
Il punto sulle Cooperative
di Arnaldo Colombo
Carissimi di un’altra
città,
colgo volentieri
l'occasione offertami
per dire alcune cose
sulla vicenda della
trasformazione delle
aree edificate in
diritto di superficie e
trasformate di recente
in piena proprietà. Se
parlo, è con cognizione
di causa perché ho fatto
parte del Comitato che
ha trattato coll'Amministrazione
comunale e non per
sentito dire o per mie
elucubrazioni.
Alla fine del 2006,
l'Amministrazione con
propria delibera,
stabiliva il valore
delle aree edificate in
diritto di superficie e
di conseguenza il
controvalore in moneta
che i soci cooperatori
delle case edificate in
quelle aree avrebbero
dovuto versare per
diventarne proprietari a
tutti gli
effetti.
Parlo solo di questi e
non di coloro che
avevano edificato già in
diritto di proprietà ma
con i benefici derivanti
dalla legge 167 e che
avrebbero dovuto pagare
la stessa cifra degli
altri , ma grazie
all'intervento della
Corte di Cassazione sono
stati graziati.
L'estate successiva,
l'Amministrazione,
convocata un'assemblea
degli interessati (circa
700 famiglie) e viene
illustrato il sistema di
calcolo per cui si
addiveniva alla
richiesta economica per
la trasformazione in
proprietà.
Le cifre indicative
erano le seguenti per
singolo appartamento:
cooperative edificate
nei primi anni ‘80
circa euro 12.400
cooperative edificate
negli anni ‘90
circa euro 8.000
cooperative edificate
negli anni 2000
circa euro 4.000
In quella occasione è
nato il nucleo della
protesta non già per un
diritto violato, in
quanto già sapevamo che
avremmo dovuto pagare la
trasformazione come
previsto dalla
convenzione stipulata
all'atto
dell'edificazione delle
case; ma per il fatto
che non si fosse
ricercato nessun accordo
preventivo (o LODO che
dir si voglia) sulla
quantificazione ed
applicazione di
variabili in un sistema
di calcolo oggettivo e a
prima vista troppo
superiori a quelle che
comuni vicini avevano
già applicato ad unità
abitative simili alle
nostre.
In pratica cosa
affermavamo:
-
che la possibilità di
trasformazione era stata
concessa dal 1996 e
successivamente
confermata con la legge
300 del 1998 e quindi in
8 anni i valori erano
aumentati a causa
dell'inazione delle
parti istituzionali
(Comune e CIMEP)
-
che il valore attuale
del terreno era
calcolato con valori
variabili presi al
massimo della scala e
non mediati (non sto a
spiegare nel dettaglio).
-
che i comuni viciniori
avevano applicato
coefficienti in
detrazione per
addivenire ad un valore
più equo e sopratutto
concordato.
Cosa invece rispondeva
l'Amministrazione
comunale:
-
che ciascun comune
aveva la responsabilità
nell'applicazione della
legge.
-
che l'adesione era su
base volontaria e
personale
-
che i cittadini non
dovevano comportarsi
come gli speculatori.
Questo è stato l'atto di
nascita del Comitato che
dopo diverse (ed
infuocate) riunioni con
i rappresentanti
dell'Amministrazione
comunale con la presenza
del Sindaco;
manifestazioni in piazza
ed in Comune; il
coinvolgimento della
stampa e soprattutto la
coesione tra il
comitato e i cittadini,
sostenuta da una
puntuale e corretta
informazione da parte
del comitato, ha
consentito la chiusura
concordata (e positiva)
del contenzioso alla
fine del 2009.
Tutto quanto sopra è
cronaca (breve per non
annoiare) da cui ho
tratto insegnamenti e
conferme nel rapporto
del cittadino con le
istituzioni che vorrei
dire di seguito:
-
il diritto, per
quanto
certo, bisogna sempre
pretenderlo e mai
attendere che venga
concesso
-
la trasparenza delle
informazioni crea
coesione
-
il controllo e il
dibattito sugli atti
dell'Amministrazione
comunale crea il
controllo democratico
sugli amministratori
-
la politica come “etica
della polis” deve
ritornare al “demos”
popolo o cittadinanza
che la deve fare e gli
amministratori seguire e
non il contrario.
Da ultimo, prima di
salutarvi, devo dirvi
che il comitato anche se
ha esaurito il proprio
mandato, non si è
veramente sciolto, ma è
pronto proprio per
quello che ho detto più
su a riprendere la
propria attività ove
occorra nell'interesse
(oggettivo) della
collettività.
Vi ringrazio
dell'ospitalità e vi
auguro un buon proseguio
di anno.
Arnaldo Colombo
|
Il commento di
un’altra
città
Ringraziamo
innanzitutto
Arnaldo per
il suo
contributo.
Riteniamo
importante che i
cittadini
sappiano cosa
succede a
Vimodrone e
debbano
soprattutto
conoscere il
comportamento di
chi ci governa
come quello
dell’opposizione.
L’amico Arnaldo
ha fatto una
fotografia di
tutta la vicenda
senza
evidenziare
atteggiamenti a
dir poco
scorretti da
parte di una
Giunta che aveva
deciso quasi
segretamente i
parametri di
calcolo delle
aree da
riscattare
(periodo di
festività
natalizia,
nessuna
informazione
neppure sul
giornale
comunale,
ecc.)proprio in
contro tendenza
con quanto
accaduto in
altri comuni
limitrofi, dove
prima si sono
indette riunioni
con gli
interessati
raggiungendo un
accordo
preventivo e poi
si è ratificato
il tutto con
delibera.
Siamo sempre
allo stesso
punto. Per
Veneroni&C. la
partecipazione è
un bel principio
che serve,
secondo
necessità, a
inebriare
l’uditorio,
mentre rimane
una pratica
sconosciuta nel
corso di quasi
otto anni di
reggenza.
Dobbiamo dire
che davanti alle
giuste
rimostranze dei
soci delle
Cooperative vi è
stata una
chiusura e una
difesa assurda
del proprio
operato da parte
di Veneroni,
sostenendo, tra
l’altro, che la
legge non
consentiva la
ben che minima
modifica. Bugie
dalle gambe
corte che hanno
solo inasprito
il clima.
L’accordo si è
raggiunto dopo
la formazione di
un Comitato che
ha tenuto duro
sui propri
diritti per ben
tre anni
smentendo, di
fatto, le
affermazioni
d’impossibilità
di trattativa
provenienti
anche da altri
componenti la
maggioranza.
Sull’argomento,
sono state tre
le delibere
votate in
Consiglio
comunale. Una
correttiva
dell’altra.
Alla fine della
vicenda,
stigmatizziamo
anche il
comportamento di
un’opposizione
che ha fatto
passare la prima
delibera senza
porre il benché
minimo ostacolo
e mantenendo il
più assoluto
silenzio.
Un’altra
città ha
contribuito
fattivamente a
una presa di
coscienza sul
problema,
fornendo ai
cittadini nel
corso della
prima assemblea
pubblica
(stracolmo
l’auditorium di
viale Piave), la
documentazione
sui parametri
adottati nei
comuni
limitrofi. Da
qui sono nate le
prime
contestazioni
che sono poi
sfociate nella
costituzione di
un
Comitato.
Da quel momento
in poi (eravamo
pure in campagna
elettorale), la
minoranza si è
mossa,
diventando la
“paladina” delle
ragioni del
Comitato e
conducendo gli
ultimi scampoli
di campagna
elettorale in
modo veramente
strumentale su
questa vicenda.
Dispiace dover
constatare
ancora una volta
che per ottenere
i propri
diritti, il
cittadino debba
lottare. Anche
nei confronti di
un ente comunale
che per sua
natura dovrebbe
agire nel giusto
interesse del
cittadino e nel
nome della
massima
trasparenza.
|
UNA QUESTIONE FORMALE
MA…
NON TROPPO
|
E’ diventata
ormai una
questione
ripetitiva per
tutti i Consigli
comunali ed è
per questo che
un’altra
città, torna
ancora una volta
sull’argomento.
Si tratta della
convocazione dei
Consigli
comunali
(manifesto per
l’informazione
dei cittadini)
che elenca gli
argomenti posti
in discussione
dalla
maggioranza,
mentre omette
scientemente
quelli delle
opposizioni.
Meglio, gli
argomenti
vengono inseriti
nell’Ordine del
Giorno, ma con
un ammasso di
parole che non
permettono ai
cittadini di
capire gli
argomenti in
discussione.Per
la verità è un
sistema che si
trascina da
anni, instaurato
dall’ex Sindaco
leghista
Galluzzo e
contestato anche
allora
dall’attuale
Sindaco Veneroni
che si trovava
all’opposizione.
Stiamo parlando
di dieci anni fa
e più, ma tant’è…
Così, i pochi
cittadini che
assistono al
Consiglio
comunale si
devono sorbire
lo skatch fra
l’opposizione
che si lamenta e
il conseguente
rifiuto del
Sindaco, mentre
i tanti
cittadini che
non assistono al
Consiglio
comunale non
sapranno mai
quali sono gli
argomenti in
discussione,
perlomeno quelli
che propongono
le opposizioni.
Il
colmo è stata la
seduta del 17
dicembre 2009
per la quale era
stata presentata
una
interpellanza
dal gruppo
“Vimodrone
Democratica”,
una
interpellanza ed
una mozione dal
consigliere
Nicola Lombardi
del Gruppo “Io
Amo Vimodrone”,
ovviamente con
tre argomenti
diversi. Orbene,
la convocazione
riportava:
“interpellanze
presentate dal
gruppo
consigliare
“Vimodrone
Democratica” e
da Nicola
Lombardi del
gruppo “Io Amo
Vimodrone”
Non solo non
veniva precisato
l’argomento ma,
all’insegna
della confusione
massima, la
descrizione dava
adito a più
interpellanze
(anche se per la
verità una si
trattava di una
mozione) a firma
congiunta del
Consigliere
Lombardi e del
gruppo
“Vimodrone
Democratica”.
L’ingiustizia,
saltava
maggiormente
all’occhio
perché ai punti
seguenti vi
erano due
mozioni
presentate dalla
maggioranza:
1)
“mozione dei
Consiglieri Lo
Presti e
Gornati” su
acqua bene
comune
dell’umanità”
2)“mozione del
gruppo
Vimodrone sei Tu
su finanza
locale”
Proprio
nel nostro
aggiornamento di
sito di un mese
fa, si lamentava
una variante di
Ordine del
Giorno messa in
scena dai soliti
noti. L’intento
è
invariabilmente
quello di non
far comprendere
di cosa diavolo
si discute in
Consiglio
comunale, ma
questa volta per
le delibere di
maggioranza.
Ripresentiamo il
nostro incipit:
|
|
WHAT? CICCOS?
CUSEE’?
Ovvero
l’insostenibile
pesantezza del
linguaggio
burocratico
veneroniano-aramaico
Così recitava il
quarto punto
all’ordine del
giorno del
Consiglio
comunale
tenutosi la sera
del 14 ottobre
2009:
“Linee operative
per la
definizione di
alcune questioni
emerse nel
procedimento di
cui agli atti
deliberativi del
Consiglio
comunale n.
78/2006, 52/2008
e 54/2009.”
Non comprendendo
il linguaggio,
abbiamo fatto
ricorso ai
traduttori
simultanei che
si possono
reperire su
internet,
consultando le
lingue diffuse
anche negli
angoli più
sperduti della
terra: niente!
Siamo infine
stati assaliti
da un dubbio.
Nell’elenco
degli idiomi,
mancava solo l’aramaico
antico e abbiamo
intuito che era
proprio quella
la lingua
adottata per la
stesura degli
Ordini del
Giorno...
Fuor di
metafora, per
chiunque non
avesse ricevuto
informazioni
preventive dalla
“casta” degli
addetti ai
lavori, sarebbe
stato
impossibile
capire
l’argomento in
discussione.
L’avessero
scritto in
inglese, barese
o lombardo,
facendo però
riferimento al
vero oggetto
della
discussione, i
cittadini
avrebbero goduto
di qualche
possibilità in
più per capire
di cosa si
trattava.
Già! Qual era
dunque l’oggetto
del contendere?
Dietro al titolo
incomprensibile
si celava la
proposta di
annullamento
delle precedenti
delibere previo
individuazione
dei nuovi
corrispettivi da
applicare ai
soci delle
cooperative
intenzionati a
trasformare il
diritto di
superficie in
diritto di
proprietà.
Bastava mettere
un “relativi
alle
cooperative” nel
testo, come ha
giustamente
sottolineato la
Consigliera
Stabile,
affinché tutti
capissero. La
questione è
oltremodo
importante
perché riguarda
qualche migliaio
di cittadini del
nostro
territorio!
Cosa ne dobbiamo
dedurre, che
siamo di fronte
a un caso di
stupidità
burocratica o a
una scelta
precisa affinché
non sia
possibile
capire?
Sinceramente non
è difficile
sciogliere il
nodo, perché
l’argomento è
già stato
dibattuto in
Consiglio. Ne
fanno fede gli
ordini del
giorno
precedenti a
quello del 14
ottobre
anch’essi zeppi
di titoli
indecifrabili
per il mortale
cittadino…
|
Partito
Democratico?
Tutti d’accordo.
Partito della
Rifondazione
Comunista? Tutti
d’accordo. Partito dei
Comunisti
Italiani? Tutti
d’accordo.
Partito
Socialista?
Tutti d’accordo.
Bene… per tutti
i Lorsignori
vuol dire che i
princìpi di
trasparenza e
partecipazione
sono
praticamente
sconosciuti.
Anche da questi
si parte per una
politica
partecipata.
|
VERGOGNA E VERITA’
Quello che è successo in
questi giorni a Rosarno
è una vergogna, che però
non nasce dal nulla, ma
ha radici nel passato.
Per
anni si è tollerato che
i lavoratori stagionali
si stipassero in
condizioni abitative
allucinanti.
Per
anni si è taciuto sul
loro sfruttamento da
parte degli imprenditori
agricoli, con paghe da
fame e ricatti odiosi.
Per
anni si è taciuto sul
perverso meccanismo
economico che ha ridotto
a zero il valore delle
produzioni agricole del
Sud Italia.
Per
anni si è tollerato un
fenomeno di
infiltrazione della
malavita nei poteri
politici ed economici,
lasciando soli gli
amministratori pubblici
come Giuseppe Lavorato,
ex sindaco di Rosarno e
primo amministratore
pubblico a costituirsi
parte civile contro la
ndrangheta.
Se
la sicurezza è il
problema che tutti
sentono come
prioritario, è
necessario ricordare che
la vera sicurezza si fa
con la prevenzione e con
le politiche sociali. In
questa storia la
prevenzione è stata
ignorata ma quali
politiche sociali sono
state pensate?
Cominciamo col dire che
tra i “neri” di Rosarno
ci sono molti
richiedenti asilo e
rifugiati, che hanno
diritti internazionali
riconosciuti dalla legge
e dalla Costituzione. Il
loro status dovrebbe
essere chiaro e il loro
lavoro regolare.
Sempre nel rispetto
della legge i permessi
di soggiorno andrebbero
rilasciati nei termini
previsti (20 giorni) per
contratti di lavoro
stagionale regolare,
togliendo così
manodopera ricattabile
dalle criminalità e da
chi alimenta il lavoro
irregolare.
Come ha ben spiegato
Tonino Perna sul
Manifesto del 10
gennaio, bisognerebbe
anche smontare quel
finto meccanismo
economico che fa vivere
la Piana di Gioia Tauro
di sussidi improduttivi.
Sussidi europei per
finte produzioni
agricole, sussidi
governativi per finti
lavoratori agricoli, è
l’ora di restituire
dignità ad un lavoro
fondamentale per la vita
di tutti.
Le
politiche sociali devono
promuovere
un’occupazione vera,
piccola, pulita. La
ndrangheta prospera
sugli aiuti a pioggia,
sulla logica delle
grandi opere che ha
fatto disastri anche
nella Piana di Gioia
Tauro, nell’ignoranza
diffusa che diventa
spesso violenta nella
ricerca del capro
espiatorio.
A
più di 1000 km di
distanza sembra che la
vicenda di Rosarno non
sia riproducibile al
Nord. Invece nelle
campagne della Pianura
Padana assistiamo a
meccanismi simili di
ghettizzazione, e di
economie drogate, che
creano conflitti sociali
utili solo a mantenere
lo stato di sfruttamento
e la paura.
Serve una nuova stagione
di politiche sociali che
non farà il Governo, ma
che possono fare gli
enti locali, quelli
calabresi coraggiosi
come Riace e Caulonia,
ma anche tanti altri
comuni italiani dove chi
lavora è cittadino nel
senso più ampio del
termine,
indipendentemente dal
colore della pelle.
Ernesto Pedrini –
Operatore Sociale
|
|
nostra nota: |
questo articolo di
Ernesto Pedrini è stato pubblicato
anche sul blog
dell'Associazione Comuni
Virtuosi
MATERIALE
ARCHIVIATO IN DATA
22/MAGGIO/2010
|
Vimodrone: fa capolino il nuovo Piano di Governo del Territorio
|
 |
giallo:
nuove
aree
edificabili:
marrone:
aree di
compensazione
pur esse
di nuova
edificazione
|
Cattive e buone
notizie per gli
abitanti di
Vimodrone.
Partiamo da
quelle buone. Le
casse comunali,
nei prossimi
anni saranno
colme di denari,
allontanando lo
spauracchio del
Patto di
stabilità
che tanto ha
fatto dannare
nel 2009
l’Assessore
Romano nonché il
Sindaco Dario
Veneroni.
Quelle cattive
provengono dalla
modalità
d’incasso di
questi denari
che grazie al
nuovo PGT (Piano
di Governo del
Territorio, ex
Piano
Regolatore)
devasteranno
ulteriormente il
nostro
territorio,
riducendo le
aree verdi al
lumicino.
Per carità, il
redigendo PGT è
in prima bozza,
pertanto ancora
suscettibile di
svariate
modifiche, ma
l’impronta
iniziale è
quella che è,
senza anima e
amore verso
un’intelligente
gestione del
territorio,
volta solo alla
pura e semplice
monetizzazione.
A questo punto
si apre un
interessante
dibattito sul
modo di
governare la
nostra città:
-
Con gli
oneri di
urbanizzazione
si vive
tranquilli,
allontanando
i problemi
causati dai
tagli
governativi
che sempre
più
influiscono
negativamente
nella
gestione
ordinaria di
tutte le
città.
Inoltre, le
tasche piene
permettono
spese che
sarebbero
altrimenti
impensabili,
con opere
mirabolanti
che lasciano
il segno del
passaggio
di questa o
quella
Giunta. Per
i posteri e
a imperitura
memoria. ....
-
Dall’opposta
angolazione,
l’impiego
sfrenato del
territorio,
rende la
città sempre
meno
godibile e
sempre più
congestionata.
Calza bene
il paragone
con i
gioielli
di famiglia
che a fronte
di necessità
sono venduti
e permettono
un
momentaneo
sollievo
economico.
Qui, ora,
sono rimasti
solo qualche
anello e un
paio di
collanine,
dopo i quali
la festa è
finita. Sarà
finita nel
frattempo
anche la
gestione
Veroni, ma
la domanda è
d’obbligo: e
chi verrà
dopo di lui,
come farà?
Sul secondo
punto, l’attuale
Giunta che
governa ormai da
otto anni, ha
posto una
rigorosa
pregiudiziale,
percorrendo
tutto sommato
una strada
facile e senza
insidie, anche
se priva di
creatività
amministrativa.
Più volte,
un’altra città
ha denunciato
pubblicamente
una certa
politica di
maniera che ha
condotto
Vimodrone a un
punto di non
ritorno. I
confini della
città sempre
quelli sono e
il terreno
consumato non
potrà più in
nessun modo
essere
ricondotto
all’origine.
Le belle parole
introdotte nel
PGT quali
vincolo di
tutela del
paesaggio,
contenimento
dell’edificazione,
tutela
dell’identità
locale,
ecosostenibilità,
salvaguardia
dell’ambiente…
rimangono solo,
appunto, belle
parole.
Nei fatti, si
prevedono
quindici aree di
trasformazione
che nel loro
complesso
investono circa
800.000 mq di
territorio. Solo
pochi di questi
riguardano aree
già edificate
pertanto
soggette
all’abbattimento
di edifici
esistenti o
all’ampliamento
dei medesimi.
E che
edificazioni! Il
culmine si
raggiunge con le
quattro torri da
dodici piani
ciascuna,
sovrastanti la
fermata del
metrò della
Cascina Burrona.
Sentivamo
proprio la
necessità di
questi 48 piani
di morbidezza
che come
descritto nella
bozza di PGT
rappresentano un
“Landmark”. Per
i meno avvezzi
alle
terminologie
inglesi
significa
“marcare il
territorio”,
proprio come
fanno i cani con
la pipì.
Concettualmente
gli edifici più
alti di
Vimodrone.
Complessivamente,
le 15 aree di
trasformazione
previste e
delimitate sulla
piantina con
colore giallo
hanno un impatto
sul territorio
equivalente a
4/5 volte quello
del Borgoverde
(ex comparto).
Forse sarebbe
tutto da
ripensare, ma il
lavoro fin qui
svolto dai
consulenti
esterni che
hanno redatto la
prima bozza del
nuovo PGT con il
benestare di
Veneroni, ci
fanno presagire
tempi
ulteriormente
bui. Ormai il
rullo
compressore è in
moto e temiamo
che nulla possa
fermarlo.
|
PARTECIPAZIONE DEL CITTADINO
Un’altra città,
risponde volentieri alla
richiesta
dell’Amministrazione
Comunale di
“partecipare”, vale a
dire la chiamata dei
cittadini a fornire
suggerimenti sul PGT
che è in fase di
prima bozza.
Diciamo innanzi tutto,
per chi non lo sapesse,
che il PGT (Piano di
Governo del Territorio)
è lo strumento con il
quale gli amministratori
disegnano il futuro del
nostro territorio. Il
vecchio Piano Regolatore
per intenderci.
Si tratta quindi di
scelte importantissime
perché riguardano tutti
noi e, soprattutto, la
nostra qualità di vita
per il prossimo futuro.
Almeno sulla carta, la
“partecipazione” tramite
i suggerimenti, ci
consente di chiedere
modifiche come, ad
esempio, il mantenimento
del giardinetto o il
parco sotto casa, di non
incrementare
ulteriormente
popolazione o di
ottimizzare la viabilità
per rendere più
scorrevole il traffico.
E tutto questo in via
preventiva, prima cioè
che siano assunte
decisioni per noi
irrevocabili.
Purtroppo però, questo
tanto decantato
indirizzo di permettere
al cittadino di dire
la sua, non ci sembra
reale, cioè in grado di
funzionare! Infatti, per
poter portare a termine
efficacemente il nostro
diritto, dovremmo
innanzi tutto sapere
quali sono le proposte,
ovvero conoscere il PGT.
Come fare per
conoscerle? Tutto il
documento è stato
pubblicato su un
apposito sito comunale
ma
purtroppo si tratta di
un malloppo di difficile
lettura anche per gli
addetti ai lavori e
consta, per ora, di
circa 650 pagine.
Diciamo per ora perché
molti elementi mancano
(lo dice il documento
stesso) oltre a
riportare una serie di
espressioni tecniche, di
enunciazioni di
principio ed
un'incredibile serie di
ripetizioni.
Per dare un’idea, un
gruppo di lavoro
istituito appositamente
da un’altra città
ha scaricato e stampato
le 650 pagine, compreso
le tante piantine a
colori, si è riunito più
volte e si è pure
avvalso della
collaborazione di un
professionista esperto
in materia. Solo dopo
questa trafila è stato
possibile prendere
coscienza di come sarà
la Vimodrone futura e
dobbiamo dire che siamo
stati colti da brividi!
Dopo questo impegnativo
esame quali sono i
suggerimenti che
possiamo dare alla
maggioranza retta da
Dario Veneroni:
primo suggerimento
Se veramente si vuole la
partecipazione dei
cittadini si suggerisce
di creare un apposito
documento di PGT
condensato in 30/40
pagine. A questo punto
potrebbe essere
recapitato a casa dei
cittadini rendendo
l’uditorio omogeneo e
vasto. L’idea prende
spunto dal fatto non
tutta le famiglie hanno
a disposizione un
computer e il relativo
collegamento a internet
per poterlo esaminare.
Questa sì sarebbe una
VERA e CONCRETA
partecipazione.
secondo suggerimento
Questo documento
riassuntivo, deve
contenere le sole parti
essenziali, al netto di
spot “promozionali” che
nulla hanno a che vedere
con il Piano, né sono di
competenza dei
professionisti
incaricati. Decantare
infatti la tutela del
territorio,
l’ecosostenibilità, il
contenimento
dell’edificazione,
l’agricoltura biologica
e così via, non ha senso
in un contesto nel quale
sono chiarissimi gli
opposti intenti. Si
dimostri almeno il
coraggio delle proprie
azioni.
terzo suggerimento
Si tratta del documento
più importante
dell’attuale Giunta e
non è pensabile che esso
sia in contrasto con il
programma elettorale,
quello con il quale
questa maggioranza ha
chiesto il voto ai
cittadini. Un’altra
città ritiene
corretto mantenere le
promesse e quando in
campagna elettorale si
dichiara che “la
salvaguardia delle aree
agricole” è tra i punti
cardine del proprio
programma, non si può
poi passare nei fatti
alla cementificazione
selvaggia. Ci rifletta
Sig. Sindaco!
il chiarimento è
d’obbligo…
Sembra quasi un
atteggiamento perverso
quello che ha
un’altra città nei
confronti del primo
cittadino di Vimodrone.
Più volte ci siamo
trovati a criticare,
anche aspramente il suo
operato, salvo ottenere
(raramente) un lieve
ravvedimento sulle sue
iniziative e con
risultati pressoché
nulli nella pratica.
Bene, vogliamo chiarire
pubblicamente che il
ruolo che ci siamo
assegnati non è quello
di persecutori perpetui
di Veneroni, ma di
svolgere piuttosto la
funzione di “grillo
parlante” cercando di
penetrare nell’anima e
nei pensieri del Sindaco
e della sua maggioranza.
Siamo ben coscienti che
l’impresa è ardua, ma
ogni volta ci riproviamo
a prescindere dalle
risposte che ciondolano
fra la derisione e la
vigorosa alzata di
spalle.
Vorremmo questa volta
procedere al contrario,
posponendo l’antefatto
al fatto. Così recitava
il programma elettorale
di Veneroni e della sua
coalizione (scritto nero
su bianco), quando
conquistò la poltrona si
Sindaco:
1 - POLITICHE DI
GESTIONE DEL TERRITORIO
“I nuovi insediamenti
abitativi, approvati
dalla Giunta uscente,
produrranno un aumento
della popolazione e di
traffico, compromettendo
la qualità dell’abitare
in paese. Noi proponiamo
un diverso assetto
urbano che, contenendo
al massimo la capacità
abitativa, possa
recuperare un equilibrio
e servizi comunali
mediante:
LA DIFESA DEL
TERRITORIO
attraverso la
salvaguardia delle aree
agricole, la
valorizzazione degli
specchi d’acqua (parco
delle cave e Naviglio).
Si provvederà inoltre a
garantire la
manutenzione costante
dei parchi.
NEL CENTRO STORICO
sarà agevolato il
recupero del patrimonio
abitativo tuttora
fatiscente e incentivata
l’apertura di esercizi
commerciali
tradizionali, la
creazione di parcheggi e
zone pedonali, il
recupero e l’uso
pubblico di villa Torri
per creare un’ampia
zona centrale che,
insieme alla nuova
piazza, torni a essere
momento d’incontro della
comunità”.
Questo è stato promesso
agli abitanti di
Vimodrone. Che dire? La
replica per le così
chiare intenzioni non
può che specchiarsi
nell’ormai famosa
performance di
Petrolini: Bene…!
Bravo…! Bis…!
2 - VERIFICHE SULLA
GESTIONE DEL TERRITORIO
Sono passati otto lunghi
anni da quelle promesse
e altri due ne mancano
alla fine del mandato di
Veneroni. E’ tempo di
consuntivi che ogni
cittadino di buona
memoria può fare da sé.
Per gli abitanti di
nuovo insediamento
provvede qui un’altra
città, senza
peraltro volerli
influenzare con commenti
fuorvianti e/o di parte.
POPOLAZIONE
Al suo insediamento nel
2001, Veneroni ha
trovato 13.861 abitanti
e lascerà la carica con
una previsione per il
2011 di circa 18.000
abitanti (+29,86%)
Nei comuni confinanti,
analogo conteggio è
stato effettuato per i
comuni di Cologno
Monzese (-1%), Pioltello
(+0,8%), Segrate
(+1,3%), Cernusco sul
Naviglio (+10,9%).
Altri 2.500 residenti
giornalieri saranno
lasciati in eredità da
Veneroni grazie al nuovo
PGT che prevede un
plesso scolastico in
zone cascina Melghera di
1.000 studenti, quattro
torri da 12 piani
ciascuna sovrastanti la
fermata MM di cascina
Burrona e ampliamenti in
zona commerciale
/industriale lungo la
Padana oltre a vari
residenziali.
DIPENDENTI COMUNALI
Rimasti per numero e per
sportelli identici.
Incremento di due unità
nel corpo della Polizia
locale.
PARCHEGGI
Invariati, salvo la zona
centrale
Battisti-Piave-S.Remigio
dove si riscontra la
riduzione da 100 a 25
posti auto e nel
parcheggio retrostante
il palazzo comunale che
ha ridotto sensibilmente
la capienza, causa
l’ampliamento del
medesimo.
AREE AGRICOLE
Sempre più ridotte. Il
nuovo PGT le riduce al
lumicino, segregandole
nell’unica zone ormai
rimasta: fra il cimitero
e la grande rotonda
verso Milano, sulla
Padana.
PARCO DELLE CAVE E
NAVIGLIO
Particolare attenzione
da dedicare al parco
delle Cave. Qui si è già
edificato, si sta
edificando e ancora si
edificherà con
volumetrie consistenti
dove in precedenza c’era
verde. Persino nel parco
della villa Cazzaniga.
A questo si aggiunga
l’attraversamento della
imminente provinciale
Mirazzano-Cologno che
procurerà non poco
inquinamento
acustico e
atmosferico.
Sull’Alzaia Naviglio si
è provveduto ad
asfaltare il manto
stradale a cui non è
seguita altra
manutenzione. Non si
segnalano nuove
piantumazioni. Cestini
per i rifiuti carenti,
in quanto molto ridotti
e anche a distanza di un
Km l’uno dall’altro.
PARCHI CITTADINI
Nulla di variato e
scarsa manutenzione. Su
quattro ingressi del
parco Quasimodo, tre
hanno un camminamento in
mezzo al fango per un
lungo tratto. L’ovale
del percorso pedonale
asfaltato, è ormai
divorato dall’erba e
pressoché impraticabile
in caso di pioggia o
neve. Il parco Baiacucco
è stato recentemente
arredato con giochi per
bambini ma non si
segnalano nuove
pintumazioni, nemmeno
per quelle piante
soppresse causa vetustà
o malattia.
NEGOZI DI VICINATO
In sensibile riduzione
quelli della zona
centrale e di
difficile avviamento
quelli nuovi, causa un
settore che è in decisa
sofferenza.
CENTRO E ISOLE PEDONALI
Per isola pedonale si
intende quella di
via IV novembre l’unica
esistente
dall’insediamento della
Giunta Veneroni.
Realizzata interamente
in porfido (come altre
vie della città),
procura non pochi
dispiaceri alle
carrozzine dei disabili.
Non sono previsti per
questi ultimi
camminamenti
agevolativi, né nuove
piantumazioni.
L’aggravante della
voragine ormai presente
da diverso tempo
aggiunge spettralità
alla già anonima piazza.
Per l’attigua villa
Torri, i lavori di
restauro sono ormai
fermi da parecchio tempo
e si potrà (forse)
renderla fruibile per la
popolazione, ampiamente
dopo il termine di
mandato di Veneroni.
CONCLUSIONE
Quanto descritto, può
essere verificato da
ogni cittadino che alla
fine potrà trarre le
proprie conclusioni.
Quello che risulta
incomprensibile è come
sia possibile scrivere
un programma elettorale
e poi disattenderlo su
una materia così
importante per la
qualità della vita dei
cittadini. Vabbè, dirà
qualcuno, si sa, in
campagna elettorale… Ma
forse, un chiarimento è
d’obbligo!
L’ondata d’inchieste
tocca anche Vimodrone
L’ondata d’inchieste
della magistratura non
si ferma ai confini di
Vimodrone. Il caso che
ha fatto più scalpore,
anche per la notorietà
del personaggio, è
quello di Nucio
Murnigotti, consigliere
comunale e referente
locale del PdL, il cui
nome è “uscito” da una
intercettazione
telefonica nella quale
un inquisito dice a un
altro:“…nella zona di
Vimodrone abbiamo Nucio
con tutto il
suo…”.
Pronta la replica
dell’interessato che
precisa di aver svolto
un incarico, rientrante
nella sua attività
professionale, per la
ricerca di un acquirente
di una proprietà
immobiliare e che tale
sua prestazione è stata
regolarmente fatturata.
Ci risulta che sono
state svolte indagini
che, al momento, non
hanno portato
all’attivazione di
procedimenti
Tutto questo accadeva
perché si erano create
nuove “poltrone”
(presidenti,
consiglieri di
amministrazione) con
costi elevati o comunque
non proporzionati al
giro di affari svolto e
anche perché, nella
maggioranza dei casi, le
partecipate
prefiguravano un puro
ruolo di svincolo dalle
leggi sugli appalti: in
luogo di regolari gare
venivano assegnati
direttamente i lavori
alle consociate che
provvedevano al
successivo
subappaltato senza
eccessivi
controlli.
La situazione di
Vimodrone non si
scostava molto da questa
realtà come è
successo in alcuni
casi quali il Centro di
aggregazione Giovanile,
il sostegno scolastico
ai disabili e persino
l’asilo
nido.
Insomma, un giro
virtuoso alla rovescia,
con conseguente
lievitazione di costi.
Questa l’eredità
negativa lasciata dalla
Giunta Galluzzo a
Veneroni che però, non
ha trovato soluzioni se
non quella (positiva) di
diminuire gli emolumenti
dei consiglieri
d’amministrazione e
relativo presidente,
continuando a navigare
senza meta.
Sono stati individuati
differenti consulenti
(soldoni buttati dalla
finestra) per trovare la
quadratura del cerchio
ma malgrado la
processione di
incarichi, nessun
provvedimento serio è
stato assunto da questa
Giunta. E neppure si
sono accolti i
suggerimenti degli
esperti, nonostante il
segnale d’allarme
lanciato da una
relazione che in
particolare evidenziava
illeciti che andavano
denunciati alla
magistratura, ma non si
è proceduto in tal
senso.
Diciamo quindi che la
Giunta Veneroni si è
così assunta delle
responsabilità che
poteva evitare e seppure
i bilanci snocciolati
anno dopo anno davano
flebili segnali di
miglioramento a questo
corrispondeva un
peggioramento dei conti
dell’Ente Comunale.
Non vogliamo stabilire
qui, se è mancata la
volontà, la capacità o
ambedue le cose. Di
fatto la Vimoservizi
costituiva un grosso
problema sia per il
cattivo funzionamento di
alcuni settori, che per
l’onerosità degli
appalti che a essa
venivano affidati.
LA
DISMISSIONE
E’ a questo punto che
s’innesta la vera grana
giudiziaria che potrebbe
arrivare sulla testa
del Sindaco e della
Giunta (per lo meno sui
soggetti che hanno
condotto la dismissione
della società) perché si
è aperta una trattativa
con il Consorzio CEM
Ambiente S.p.A per la
cessione della parte
“raccolta e smaltimento
rifiuti”. Cioè l’unica
attività che non
generava perdite (e come
avrebbe potuto farlo dal
momento che i costi del
servizio venivano girati
pari-pari agli utenti,
cioè a noi cittadini?).
Per poter procedere,
veniva nominato un
amministratore per la
Vimoservizi,
amministratore che però
rivestiva
contemporaneamente anche
l’incarico di direttore
generale del CEM. Questi
non solo si è occupato
di una gestione
provvisoria in attesa di
traghettare la parte
“rifiuti” all’azienda
che lui stesso dirigeva
ma attivava subappalti,
per gli altri settori,
con aziende consociate .
A questo si aggiunga,
stando perlomeno ad una
particolareggiata
denuncia, che a queste
aziende venivano
riservate condizioni che
vorremmo definire
quantomeno privilegiate.
Com’è noto, la parte di
raccolta e smaltimento
rifiuti della
Vimoservizi non è stata
venduta, ma è passata al
CEM in quanto il comune
si è associato al
Consorzio con una quota
d’ingresso di 900.000,00
euro, mentre le altre
attività (manutenzione,
esattoria, ecc.) sono
state vendute
scorporate, a mezzo
d’asta pubblica. Asta
vinta da una delle
aziende consociate al
CEM che dopo tre mesi la
rivendeva a un’altra
società di proprietà
congiunta CEM e Società
Melagori Commendator
Erminio. Dopo qualche
mese altra
trasformazione:
ulteriore vendita e la
proprietà diventa della
BITEK. Quest’ultima, non
solo incamera i
contratti in essere con
il comune di Vimodrone
(tra l’altro rinnovati
solo poco tempo prima
per ulteriori 5 anni) ma
risulterebbe anche
subappaltatrice CEM per
la raccolta
dell’immondizia a
Vimodrone.
Insomma, le classiche
scatole cinesi fra cui
non ci si raccapezza se
non con pazienza
certosina.
Ovviamente riportiamo
elementi indicati agli
atti senza esprimere
giudizi perché questo
compito spetta alla
magistratura.
Un’altra città
esprime solo tre
semplici perplessità:
-
a) sul ruolo
svolto dal direttore
generale del CEM nel
passaggio di
proprietà collegato
a società da lui
stesso amministrate;
-
b)
perplessità sulla
convenienza
economica di aver
affidato al CEM un
servizio di fatto
svolto da una
subappaltatrice;
-
c)
perplessità su
ulteriori elementi
contenuti negli
atti, che non
riportiamo per la
loro delicatezza e
che porterebbero far
pensare che non si
sia agito
nell’interesse della
comunità.
Ci auguriamo solo che la
magistratura, ove
ravvisi reati e/o danni
patiti dal nostro
comune, proceda con la
massima celerità perché
sarebbe certamente
negativo il prolungarsi
di una situazione di non
chiarezza e poca
trasparenza.
Per ora ci accontentiamo
di sentire la risposta
che dovrà fornire il
Sindaco Veneroni.
Infatti la denuncia è a
lui pervenuta dai banchi
dell’opposizione e ha
promesso a tutti i
Consiglieri che
risponderà in Consiglio
Comunale dopo aver
assunto tutte le
informazioni del caso.
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lettera al Presidente
della repubblica
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Signor
Presidente della
Repubblica
Giorgio
Napolitano
Palazzo
del Quirinale
Piazza
del Quirinale
00187 R O M A
Caro
Presidente,
chi Le
scrive (settantasette
anni) è uno dei tanti,
tantissimi, anonimi
cittadini che hanno
operato e lottato a
livello sindacale,
politico e sociale per
un’Italia a misura
d’uomo. Il mio modesto
contributo è da sempre
indirizzato verso una
società più equa,
cercando di trasformare
le concessioni riservate
a taluni, in diritti per
tutti.
Certo,
non tutto il possibile è
stato conquistato e
neppure ottenuto il
completamento di quanto
previsto da una
Costituzione che è, e
deve rimanere, una
pietra storica
nell’evoluzione politica
del nostro Paese.
Voglio
premettere che non ho la
più pallida idea se Lei,
accettando l’incarico di
Presidente e pertanto di
guardiano dei Princìpi
costituzionali, umani e
di giustizia, era
davvero e pianamente
conscio delle criticità
e delle spinte inverse
alla storia che erano
celate nelle vittorie
elettorali di una destra
trasformista, in certe
fasi con positivi
contenuti sociali ma ben
più insidiosa di una
dichiarata dittatura, in
quanto supportata da un
vero consenso popolare.
Non è
mia intenzione con
questo scritto
evidenziare le pesanti
responsabilità di questa
“inversione”, né lo
ritengo necessario data
l’evidenza storica dei
fatti.
Le
scrivo invece per farLe
sentire la voce di un
cittadino qualsiasi che
esprime anche il
sentimento di molti
altri. E pure le cose
che vorrei dirLe sono
tante, troppe forse, per
farne oggetto di una
semplice lettera. Mi
limiterò pertanto a un
succinto elenco di
auspici che, spero,
siano realizzati nel
volgere di qualche
lustro, risolvendo così
il problema della
divaricazione fra
cittadino e politica.
In
premessa, confido nel
proseguimento del Suo
ruolo d’argine,
intendendo con questo il
porre rimedio
all’eccezionale ondata
che vorrebbe travolgere
i princìpi fondanti del
nostro Paese. Insomma,
l’auspicio è quello di
un Presidente che non si
limiti a una figura
simbolica, ma indichi la
strada per andare avanti
verso stadi di
Democrazia più avanzata.
Inizio
con il dirLe che
gradirei tantissimo una
Sua esternazione sulle
norme elettorali. Specie
sul fatto che il voto di
preferenza, in pratica
l’investitura di
rappresentanza dei
parlamentari è stata
sottratta agli elettori
per darla alle
segreterie dei partiti.
E’ a questo punto ovvio
l’inserimento in lista
dei soggetti ritenuti
più “affidabili”
appartenenti a questa o
quella corrente, con la
conseguenza di una
mancata valutazione da
parte dei cittadini per
un’eventuale rielezione.
Quando poi non si tratta
di soggetti, non tutti
per fortuna, condannati
per reati quali: abuso
d’ufficio, tangenti,
connivenze mafiose,
corruzioni, frode
fiscale e altro ancora.
Di certo è una brutta
cosa sapere di non
essere più rappresentati
in Parlamento ma di
essere solo “merce” da
governare.
In buona
sostanza, il Parlamento
è lontano dalla comune
gente che ogni giorno
lotta per l’elementare
diritto di vivere e
vivere del proprio
lavoro.
Continuo
poi con lo
svilimento delle
Istituzioni, per opera
di taluni elementi fra i
quali quelli succitati,
con accuse infamanti ai
giudici e alla
giustizia, fra l’altro
in una situazione ove è
più alto il bisogno di
credere che le
Istituzioni non siano
covi eversivi o
laboratori di trame
contro parti politiche
avverse.
E mi
chiedo: non si ravvisa
proprio nessun reato
dichiarando che giudici
e persino la Corte
Costituzionale esprimano
giudizi basati su
colorazione politica?
Caro
Presidente, Lei si è già
espresso con parole
sagge finalizzate per lo
più a far cessare o
diminuire l’azione
criminosa di cui sopra.
Ritengo però necessaria
un’iniezione di fiducia
ai cittadini, fiducia
che permette di avere la
certezza che le sentenze
non sono il frutto
preordinato di cosciente
volontà d’ingiustizia.
Proseguo
con il varo di talune
nuove leggi. Esse hanno
creato recentemente
situazioni di rottura
dell’unità nazionale e
risvegliato non solo
egoismi, ma anche odio
razziale.
In
sunto, la maggior
autonomia di Sindaci e
Governatori regionali
nella legiferazione
locale, ha creato
differenti situazioni e
diritti per il
cittadino: divieto di
sedersi su panchine
pubbliche, di parlare la
propria lingua, di
pregare il proprio Dio,
discriminazioni razziali
d’ogni tipo e
discriminazioni pure
nell’appartenenza
regionale, dal momento
che l’assistenza
sanitaria si differenzia
da regione a regione.
Leggi nazionali e locali
ma ancor più il
linguaggio d’autorevoli
membri di Governo che
nella sostanza sono un
incitamento continuo al
razzismo. Ma anche nel
non fermare, sanzionare
e punire comportamenti
di Giunte e di Sindaci
che hanno assunto
decisioni in palese
contrasto con la Carta
Costituzionale e
rispetto della persona
umana.
Infine,
sulla crisi in atto.
E’ noto che sia
stata generata altrove,
trovando però terreno
fertile in Europa e in
Italia. In veste di
cittadino non posso fare
a meno di notare che la
crisi ha colpito
l’occupazione e
certamente in modo
pesante le fasce di
popolazione più deboli,
addirittura favorendone
altre. Diversamente non
si comprenderebbe come
da un lato aumenti la
povertà e dall’altro le
quotazioni delle azioni
e gli utili delle banche
salgono e vi siano
aziende che fanno
fortune nell’importare
prodotti da paesi che
non rispettano le più
elementari norme del
vivere civile. Un
esempio su tutti è
quello dell’uso di
lavoratori minorenni
accompagnato
dall’assenza di norme di
sicurezza per chi presta
la propria opera
lavorativa.
In
Italia, si è cercato di
arginare la crisi
utilizzando ingenti
risorse economiche,
aggravando così il già
pesante debito
nazionale. Debito che,
di questo passo, non
riuscirà a essere
ripianato dall’attuale
generazione ma sarà
lasciato in eredità ai
posteri.
E’ mia
opinione che non si sia
voluto scientemente
cogliere l’occasione
della “crisi” per un
cambiamento radicale
verso il risanamento del
nostro Paese. Si pensi
solo alla prevenzione
dei disastri ecologici,
dall’inquinamento del
terreno e delle acque,
ai rischi di smottamenti
e ai tanti danni da
rimediare procurati
dall’insipienza
dell’uomo e delle
Istituzioni.
Su
questo fronte penso sia
veramente il caso di
ricordare a chi decide
le nostre sorti, che non
sono prioritarie le
Grandi opere ma
piuttosto il lavoro di
“riparazione
dell’Italia” sul
versante dei veleni
presenti nei nostri
mari, nei fiumi, quando
poi non si tratta di
mettere in sicurezza le
nostre devastate
montagne, ripiantumando
le aree che smottano per
banali acquazzoni. Non
ultima la necessità di
energia alternativa
rinnovabile e non
inquinante.
Si pensi
in altri termini a
un’eredità per i nostri
posteri non solo
costituita da debiti.
Quanto
sopra, rappresenta
occupazione e quindi
possibilità di guadagno
da lavoro, non basato
sulla sterile cassa
integrazione, su
avvilenti contributi di
disoccupazione o su
elemosine, che servono
solo a mettere costose
pezze lasciando libere
le mani alla
speculazione economica e
umana.
Può un
Presidente della
Repubblica dire e
ripetere quali sono le
necessità dei cittadini,
del nostro Paese, del
futuro? Può un
Presidente della
Repubblica essere punto
di riferimento e di
speranza?
Conosco
bene le competenze della
carica da Lei
rappresentata e mi rendo
conto che i miei auspici
debordano dai Suoi
confini istituzionali.
Tuttavia, la forma, il
modo e la fermezza fin
qui da Lei dimostrata,
mi lasciano un barlume
di speranza.
La
ringrazio se vorrà, me
lo auguro tanto, leggere
questa mia e darmi
riscontro senza il
freddo tramite della
segreteria e dei
collaboratori.
Nell’attesa, un augurio
di buon proseguimento e
un anticipato grazie.
Vimodrone,
16/01/2010
Alfredo
Minichini
pubblichiamo la risposta
alla lettera inviata al
Presidente della
repubblica
|
pubblichiamo
la
risposta
alla
lettera
inviata
al
Presidente
della
repubblica |

|
trascriviamo
integralmente
l'allegato |
Palazzo del
Quirinale,
21/12/2009
Discorso del
Presidente
della
Repubblica
Napoletano -
All’incontro
con le Alte
Magistrature
della
Repubblica
Vi ringrazio
di cuore per
la vostra
partecipazione
a questa
cerimonia di
augurale
predisposizione
al nuovo
anno. E
ringrazio in
particolare
il
Presidente
Schifani per
le
amichevoli
espressioni
che ha
voluto
dedicarmi e
per la
sintonia che
ha voluto
porre in
evidenza tra
i nostri
rispettivi
impegni e
intenti.
Ci
incontriamo
oggi a breve
distanza di
tempo dalla
brutale
aggressione
al
Presidente
del
Consiglio,
al quale
rinnovo i
sensi della
mia
solidarietà
personale e
istituzionale
e fervidi
auguri di
pronto
ristabilimento.
E’ stato un
fatto assai
grave, di
abnorme
inconsulta
violenza,
che ha
costituito
motivo non
solo di
profondo
turbamento
ma anche di
possibile
(ne abbiamo
visto i
segni)
ripensamento
collettivo.
Abbiamo alle
spalle un
anno molto
impegnativo,
per il paese
e per le
istituzioni:
Un anni
dominato
dalla
preoccupazione
per le
ricadute
della crisi
finanziaria
ed economica
globale, per
le ferite
che essa
poteva
provocare
nella
società
italiana,
per le
risposte, da
parte dei
poteri
pubblici e
delle forze
sociali, che
essa
richiedeva
nel quadro
di più
vaste
concentrazioni
internazionali.
Un anno in
cui è stato
messo alla
prova il
funzionamento
delle nostre
istituzioni
e si è
riproposto,
tra molte
tensioni, il
tema delle
riforme
necessarie.
Lo Stato
democratico
ha saputo
reagire a
difficoltà e
rischi di
imprevista e
straordinaria
acutezza: lo
Stato in
tutte le sue
articolazioni,
governo e
Parlamento
innanzitutto,
poteri
regionali e
locali.
Sulla
validità ed
efficacia
delle scelte
adottate le
valutazioni
politiche
sono state e
restano
naturalmente
discordi; ma
non c’è
dubbio che
l’Italia si
sia
collocata,
dando il
suo
contributo,
nel contesto
delle
direttrici e
delle
decisioni
che di
fronte alla
crisi sono
state
definite e
concordate a
livello
europeo e in
nuovi, ampi
consensi
mondiali,.
Vorrei
inoltre
richiamare
l’attenzione
sulla
capacità di
fronteggiare
la crisi che
hanno
dimostrato
le imprese e
le famiglie,
e sulle
prove di
consapevolezza
che sono
venute dal
mondo del
lavoro: e
l’attenzione
và data a
questi
fattori,
perchè è
dalla loro
combinazione
con l’azione
pubblica che
sono venuti
i risultati
e i segni
più positivi
via via
registrati,
e può venire
una risposta
adeguata
alle
preoccupazioni
che si
profilano
per la
produzione e
per
l’occupazione
nei prossimi
mesi.
Eì
necessario
comunque
affrontare
con
realismo,
guardando
avanti, i
maggiori
problemi che
restano
aperti in
Italia e su
scala
mondiale, le
più serie
esigenze di
cambiamento
che in modo
specifico ci
si
ripropongono,
anche alla
luce della
recente
crisi, ai
fini del
rilancio del
nostro
sviluppo
nazionale.
Le
comparazioni
–anch’esse
oggetto di
dispute –
con altri
paesi
europei, non
possono
distrarre
dai termini
reali delle
questioni su
cui in
questa fase
occorre
concentrarsi.
Su due di
esse nuova
lice hanno
gettato
recenti
rivelazioni
statistiche
ufficiali e
indagini
indipendenti:
la questione
dell’occupazione
e la
questione
del
Mezzogiorno.
I dati ISTAT
sulle forze
di lavoro
hanno, senza
indulgere in
alcun
allarmismo,
segnalato
rilevanti
cali del
numero degli
occupati,
incrementi
del numero
delle
persone in
cerca di
occupazione
e crescita
del tasso di
disoccupazione,
soprattutto
–aspetto da
non
sottovalutare-
di quella
giovanile.
Ricette
condotte
dalla Banca
d’Italia e
presentate
pubblicamente
alcune
settimane fa
hanno
documentato
la
persistenza
dello
storico,
profondo
divario tra
Nord e Sud,
la maggiore
incidenza
della crisi,
nel 2008-09,
sul prodotto
lordo e
sull’occupazione
proprio nel
Mezzogiorno,
la presenza,
in quella
parte del
paese, di
tassi di
occupazione
tra i più
bassi
d’Europa;
hanno
documentato
la gravità
del divario
tra Nord e
Sud nella
qualità di
servizi
essenziali,
la diversità
degli
effetti che
le politiche
pubbliche
nazionali
producono
nelle
diverse
parti del
paese, il
peso
determinante
che ha nel
Mezzogiorno
la debolezza
del
“capitale
sociale". Da
queste
risultanze
di ricerche
accurate
sono state
ricavate non
già facili
rivendicazioni
di maggiore
spesa a
carico dello
Stato
nazionale,
ma istanze
di più
attenta
“declinazione
sul
territorio”
delle
politiche
generali e
di più
efficace
utilizzo
delle
risorse
pubbliche,
anche in
vista di un
federalismo
fiscale
ispirato ai
principi di
autonomia e
responsabilità.
E quella che
viene per
molti
aspetti
chiamata in
causa e
sollecitata
è anche la
responsabilità
delle
istituzioni
e delle
forze
politiche e
sociali.
Occupazione
per i
giovani,
sviluppo del
Mezzogiorno
come
condizione
per il
rilancio, su
basi più
larghe,
dello
sviluppo
nazionale
nel suo
complesso:
sono questi
alcuni temi
obbligati di
confronto e
di un’azione
che si
proiettino
oltre la
crisi che
abbiamo
attraversato
e con cui
continuiamo
a fare i
conti, che
guardino già
al loro, che
mirino a
creare le
condizioni
di crescita
dell’economia
italiana più
sostesuna ed
equilibrata
che negli
ultimi 19-15
anni.
Quest’ultimo
è un
obiettivo
possibile ,
per i
livelli di
eccellenza
tecnologica
e
produttiva,
per le
risorse di
dinamismo e
per la
capacità e
volontà
competitiva
che il
sistema
Italia ha
mostrato
anche nel
pieno della
crisi
mondiale di
poter
mettere in
campo. In
particolare,
il nostro
sistema
imprenditoriale
soci diffuso
e riccamente
articolato,
e con esso
il nostro
capitale
umano, le
nostre forze
di lavoro. I
riconoscimenti
che ci
vengono
anche dal
nostro
operare nel
mondo ci
stimolano ad
avere
consapevolezza
di quel che
l’Italia
rappresenta
innanzitutto
in Europa, a
non cedere
ad un certo
vizio di
autodenigrazione,
a credere
nel futuro
che possiamo
costruire.
Sappiamo
tutti –lo sa
in primo
luogo il
governo per
la
responsabilità
che gli sono
proprie-
che occorre
però
sciogliere
nodi
difficili:
anche
all’interno
dell’area
dell’Euro,
quello di
un’insufficiente
crescita
della
produttività
che ancora
registriamo
e che va
affrontata
con
iniziative
capaci di
stimolare la
concorrenza
e la
propensione
all’innovazione,
di
promuovere
l’educazione,
a tutti i
livelli, e
la
formazione
di capitale
umano. Resta
soprattutto
il peso del
debito
pubblico
accumulatosi
nel passato,
con la
conseguente
grave
taglio di
una spesa
per
interessi
che distrae
ingenti
risorse del
bilancio
dello Stato
da altre
destinazioni
di pur
riconosciuta
importanza e
urgenza.
Il rispetto
dei vincoli
e degli
accordi
europei in
materia di
rapporto
deficit-prodotto
lordo e
di
contenimento
del debito
pubblico
viene
giustamente
richiamato
dal governo
come
ineludibile
anche se nel
registrare
la crisi
globale ci
sono in
numerosi,
importanti
paesi
dell’Unione
superati, e
di molto, i
limiti
osservati
nel passato.
L’impegno di
sciogliere,
e
innanzitutto
non
aggravare,
il nodo
dell’indebitamento
dello stato
comporta in
effetti un
severo e
delicato
esercizio di
trasparente
sezione, da
parte del
governo e
del
Parlamento,
delle
priorità di
spesa a
carico del
bilancio
pubblico. Né
si può
dimenticare
che talvolta
sono fatti
imprevedibili,
gravi eventi
naturali che
pongono
esigenze
imperative
di
intervento
dello Stato:
questo è
accaduto nel
2009 con la
tragedia del
terremoto in
Abruzzo, a
cui è stato
giusto
rispondere
con forti
misure
d’emergenza,
ed
erogazione
di denaro
pubblico,
decise dal
governo. La
risposta del
terremoto in
Abruzzo, che
ha potuto
contare su
una vasta
solidarietà
e
mobilitazione
nazionale,
costituisce
una pagina
all0attivo
dell’Italia
e della sua
immagine
internazionale
nel 2009.
Altri eventi
naturali, da
ultimo la
tragica
alluvione
nel
messinese,
hanno
egualmente
posto
all’ordine
del giorno
una realtà
come quella
del dissesto
idrogeologico
e della
fragilità
del
territorio,
che richiede
di trovare
posto tra le
priorità di
spesa del
bilancio
dello Stato.
In effetti,
siamo
dinnanzi a
problematiche
che, come ho
già in
qualche
occasione
rilevato,
richiederebbero
il massimo
di
condivisione
e di
continuità
nel tempo,
anche al di
là
dell’alternarsi
delle
maggioranze
politiche,
poiché sono
in gioco
impegni e
interessi
nazionali di
lungo
periodo.
Purtroppo,
ancora non
si vede in
tal senso un
clima
propizio
nella
nostra vita
pubblica,
una
consapevolezza
comune a
maggioranze
e
opposizione
in
Parlamento:
consapevolezza
comunque che
dovrebbe
abbracciare
egualmente
l’aspetto
del
funzionamento
e della
riforma
anche delle
istituzioni.
Quest’ultimo
non è un
aspetto
secondario,
né è
separabile
dal
confronto
sui
contenuti
delle
politiche
pubbliche da
portare
avanti. Ora,
possiamo
considerare
soddisfacente
sotto questo
profilo la
situazione ?
Nessuno,
credo, per
quanto tenda
a giudizi
benigni, può
rispondere
affermativamente.
Parto dal
rapporto tra
governo e
Parlamento,
come
rapporto
funzionale e
come cardine
dell’equilibrio
costituzionale:
esso
presenta non
da qualche
anno ma da
più
legislature
seri
elementi di
criticità, e
si discute
se e come lo
si possa
ridefinire
in sede di
riforma
della
Costituzione.
E’ tuttavia
un fatto
innegabile
che nel
2008-2009 il
governo ha
esercitato
intensamente
i suoi
poteri, non
ha trovato
alcun
impedimento,
a nessun
livello, a
decidere e
attuare
tutti i
provvedimenti
che ha
giudicato
opportuni
per reagire
alla crisi
finanziaria
ed economica.
E’ stato
invece
compresso
–per le
modalità
adottate nel
corso del
tempo da
parte di
governi
rappresentativi
di diversi e
opposti
schieramenti-
l’esercizio
del ruolo
del
Parlamento.
Ruolo che si
esplica non
solo con la
libertà di
discutere,
ma con la
libertà di
pronunciarsi
attraverso
il voto
sulle
disposizioni
di legge
sottoposte
al suoi
esame e
sulle
relative
proposte di
modifica. Ed
è stato
nello stesso
tempo
gravemente
condizionata
e colpita la
qualità
della
produzione
legislativa.
Il continui
succedersi
di
decreti-legge
(47
all’inizio
di questa
legislatura),
e il loro
divenire
sempre più
sovraccarichi
ed
etereongenei
nel corso
dell’iter
parlamentare
di
conversione,
la pratica
del ricorso,
in fase
conclusiva,
ad abnormi
accorpamenti
di norme in
maxi-articoli
su cui
apporre la
fiducia,
hanno
continuato a
produrre
evidenti
distorsioni
negli
equilibri
istituzionali
e nelle
possibilità
di ordinato
funzionamento
dello Stato,
dell’amministrazione
chiamata ad
attuare le
leggi e
dell’amministrazione
della
giustizia.
Si tratta,
lo ripeto,
di fenomeni
non nati nel
2009, ma
emersi e
radicati in
tempo ben
più lungo: e
che tendono
a
consolidarsi
e
aggravarsi.
Per quanto
riguarda la
legge
finanziaria
e le
modalità
della sua
applicazione,
potrei
rileggere
–anche se
non lo farò-
le severe
considerazioni
che espressi
negli
incontri di
fine anno
del dicembre
2006 e del
dicembre
2007, in
presenza di
un governo
e di un
schieramento
di
maggioranza
diversi da
quelli
attuali.
All’apprezzabile
intento di
snellimento
de
contenuti
della
finanziaria
manifestatosi
con il
decreto-legge
dello scorso
anno e poi
con quello
del 2009, è
tuttavia
seguita, da
ultimo, una
dilatazione
in
Parlamento
dell'impianto
della stessa
finanziaria,
nonché una
serie di
provvedimenti
aggiuntivi
dai
contenuti
palesemente
eterogenei.
Tutto ciò
finisce per
gravare
negativamente
il livello
qualitativo
dell’attività
legislativa
e
dell’equilibrio
del sistema
delle fonti.
Non a caso,
gli studiosi
si chiedono
se abbia
finito di
instaurarsi
–anche
attraverso
il crescente
uso e la
dilatazione
di ordinanze
d’urgenza-
il vero e
proprio
“sistema
parallelo”
di
produzione
normativa.
Tuttavia,
non si esce
da questa
situazione
solo con
l’invito a
comportamenti
più corretti
da parte del
governo o
più virtuosi
da parte del
Parlamento e
dell’opposizione.
Se ne esce
in
definitiva
con misure
di riforma,
che
soddisfano
esigenze di
tempestività
delle
decisioni
senza
sacrificare
ruolo del
Parlamento e
qualità
della
legislazione.
E misure di
tale natura
sono state
da tempo
individuate
e suggerite:
per fini di
razionalizzazione
e
velocizzazione
del processo
legislativo,
attraverso
il
superamento
del
cosiddetto
bicameralismo
perfetto e
l’opportuna
riforma dei
regolamenti
parlamentari,
e più
specificatamente
di
razionalizzazione
trasparenza
della
manovra
annuale di
bilancio.
L’insieme di
tale misure
deve
garantire il
diritto di
maggioranza
e governo di
attuare il
loro
programma e
il diritto
di controllo
e di
proposta
dell’opposizione,
attraverso
un confronto
aperto che è
parte
integrante
del processo
di
formazione
delle leggi.
Più in
generale,
l’ipotizzata
trasformazione
del senato
in Camera
delle
autonomie
appare il
completamento
coerente
della scelta
del
federalismo
fiscale, e
il luogo
appropriato
per un più
corretto e
produttivo
svolgimento
delle
relazioni
oggi
problematiche
tra Stato,
Regioni ed
Enti locali.
E vengo ad
altro motivo
di grave
insoddisfazione
e
preoccupazione
sul piano
istituzionale,
che è quello
del
funzionamento
della
giustizia.
Premetto che
qualsiasi
considerazione
al riguardo
non deve
suonare
svalutazione
o
sottovalutazione
dell’impegno
che in
condizioni
difficili e
con
sacrificio
di tanti
magistrati
pongono
nell’esercizio
della loro
alta ed
esenziale
funzione, né
tantomeno
del senso
delle
istituzioni
con cui
tanti
giovani
motivati si
preparano
a duri
concorsi per
entrare in
magistratura.
Si debbono
affrontare i
problemi
nella loro
oggettività:
problemi che
incidono
sulla durata
e su tutti
gli aspetti
del giusto
processo,
definito
dall’articolo
111 della
Costituzione.
E occorre da
questo punto
di vista
intervenire
su norme,
procedure,
strutture
organizzative,
disponibilità
di risorse,
ma anche su
equilibri
istituzionali
come quelli
riassumibili
nel rapporto
tra politica
e giustizia.
Sul mondo
"delicato e
critico"
costituito
da tale
rapporto mi
sono
chiaramente
espresso
manifestando
la mia
preoccupazione
già nel
febbraio
2008 quando
ho rivolto
un discorso
impegnativo
al Consiglio
Superiore
della
Magistratura,
ed anche in
altre
occasioni
prima e
dopo. Ho
messo
l’accento su
atteggiamenti
dell’una e
dell’altra
parte che
fanno
apparire la
politica e
la giustizia
come "mondi
ostili”,
guidati dal
sospetto
reciproco”,
mentre
comune
dev’essere
la
responsabilità
nel prestare
un servizio
efficiente
ai
cittadini,
così come
nel reagire
a quella
diffusione
di pratiche
di
corruzione e
di altre
violazioni
della legge
penale che
è stata più
volte
denunciata
dalla
tribuna
dell’inaugurazione
dell’Anno
Giudiziario.
E nel
ribadire
l’intangibile
principio di
autonomia e
indipendenza
della
Magistratura,
ho
sottolineato
come esso
comporti, da
parte del
magistrato,
senza limare
–senza
considerarsi
investito di
missioni
improprie-
scrupolo e
riservatezza,
cautela nel
valutare gli
elementi
indiziari, e
sempre
imparzialità
non meno che
rigore:
comportamenti,
tutti, che
possono solo
giovare al
prestigio
della
Magistratura.
Questi
richiami
critici,
queste
chiare
avvertenze
possono
cogliersi
anche nei
provvedimenti
disciplinari
adottati
negli ultimi
tempi dal
Consiglio
Superiore
della
Magistratura.
Ma ci sono
buoni motivi
per ritenere
che
occorrano,
per
stabilire il
più corretto
rapporto tra
politica e
giustizia,
insieme con
comportamenti
più misurate
e
costruttivi,
modifiche
sia di leggi
ordinarie
sia di
clausole
costituzionali,
E’ questo,
d’altronde,
che intendo
quando si
parla di
riforme alla
giustizia,
oltre che
far
riferimento
a interventi
come quelli
che il
governo a
sottoposto
al
Parlamento
in materia
di processo
civile e di
processo
penale e
che si
auspica
assumano
svolgimenti
più organici
e di più
ampio
respiro. Per
garantire
un più
lineare e
corretto
rapporto tra
politica e
giustizia,
rimanendo
naturalmente
decisive le
valutazioni
e le scelte
che il
Parlamento è
ormai
chiamato a
definire.
Per quanto
mi riguarda,
sotto il
profilo di
riforme che
tocchino la
Costituzione
vigente,
posso solo
ripetere
quel che
sono venuto
affermando
dal momento
stesso del
messaggio
d’insediamento,
quando,
dinanzi al
Parlamento,
accompagnai
“un risoluto
ancoraggio
ai
lineamenti
essenziali
della
Costituzione
del 1048”,
con la
sottolineatura
della sua
rivedibilità
e non
immodificabilità,
in
riferimento
a quella
Seconda
Parte fatta
già più
volte
oggetto di
proposte di
revisione. E
anche dopo
l’esito
negativo del
referendum
confermativo
del giugno
2006, ho
ritenuto del
tutto
sostenibili
proposte
volte a
rivedere
norme
costituzionali
“che si
giudicano in
più
corrispondenti
e esigenze
di moderna
ed efficace
articolazione
dei poteri
nel sistema
delle
istituzioni
repubblicane”.
In più
occasioni,
mi è
sembrato
saggio
suggerire
tuttavia un
approccio
realistico,
concentrato
su alcune,
essenziali e
ben mirate
proposte di
riforma. E
se insisto
su ciò, è
perchè mi
preme che su
questo
terreno si
giunga
finalmente a
dei
risultati
nell’attuale
legislatura,
il che è un
ulteriore
motivo per
cercare la
massima
condivisione
in
Parlamento.
Non mi
pronuncio
naturalmente
su nessun
diverso, più
ambizioso
approccio
che possa
liberamente
essere
proposto.
Ritengo però
che ogni
visione
costituzionale,
secondo i
pur diversi
modelli
dell’Occidente
democratico,
debba
sancire il
rispetto dei
limiti da
parte di
ciascun
potere nei
confronti
dell’altro,
equilibri
tra i
poteri,
“pesi e
contrappesi"
come si usa
dire, e
garanzie
costituzionali,
in concreto
quel
controllo di
legittimità
costituzionale
delle leggi
affidato in
Italia come
dovunque a
un’istituzione
indipendente,
al cui
giudizio è
rimessa, la
si condivida
oppure no,
la
valutazione
esclusiva. E
qui un
tratto
essenziale
della
moderna
democrazia
costituzionale,
e un
presupposto
di quella
leale
cooperazione
tra le
istituzioni
cui ho
sempre fatto
e continuo a
fare
appello,
rivolgendomi
a tutte e a
ciascuna
senza
eccezione.
Aggiungo,
concludendo
sul tema,
che una cosa
è discutere
le riforme
costituzionali,
altra cosa è
darne alcuna
per già
compiuta “di
fatto” e
dunque
operante. Un
nostro
grande
studioso,
Leopoldo
Elia, che
operò anche,
sapientemente,
nella Corte
Costituzionale
e poi in
Parlamento,
e che, a più
riprese,
elaborò idee
di
coraggiosa
innovazione
della stessa
forma di
governo
parlamentare
in cui
credeva,
mise in
guardia, già
decenni
orsono,
contro un
uso
scorretto
della
nozione di
“Costituzione
materiale”,
per non
“incorrere
nell’illusione
ottica di
scambiare
per
mutamento
costituzionale
ogni
modificazione
del sistema
politico”
–o, potremmo
ora
aggiungere-
del sistema
elettorale.
Considerando
importante
la recente
larga intesa
nel voto in
Senato su
mozioni che
concordano
nell’indicare
alcuni temi
rilevanti di
riforme
istituzionali,
anche in
materia di
giustizia, e
nel
perseguire
“l’approvazione
di un testo
condiviso
dalla più
ampia
maggioranza
parlamentare”.
Mi si
permetterà
di
sentirmene
confortato,
dopo che si
è tante
volte detto
che i miei
auspici
unitari non
trovano
riscontro.
Ebbene,
l’Itala non
à, come
talvolta si
descrive, un
paese
2diviso su
tutto”. Mi
sono
talvolta
riferito a
diverse
espressioni
di una
società più
ricca di
valori e più
coesa
dell’immagine
che ne dà la
politica con
le sue
lacerazioni.
Ma non è
2diviso su
tutto”
nemmeno il
mondo della
politica e
delle
istituzioni,
nonostante
una
conflittualità
che va ben
oltre il
tasso
fisiologico
proprio
delle
democrazie
mature.
L’Italia è
stata unita
nei giorni
del G8 a
L’Aquila,
nel
sostenere
l’interesse
nazionale al
riconoscimento
al successo
del nostro
ruolo di
grande paese
europeo e di
partner
importante
della
comunità
mondiale in
fase di
grave crisi
globale.
L’Italia è
stata unita
nel
raccogliere
nell’omaggio
ai nostri
caduti in
Afganistan,
e nella
vicinanza
affettuosa
alle loro
famiglie; ed
è unita nel
sorreggere
le nostre
missioni
militari e
vivili nelle
aree di
crisi
(unanime è
stato il
voto in
Parlamento,
in queste
settimane,
sul
rifinanziamento
delle
missioni).
L’Italia è
unita
politicamente
nel solco
della grande
causa comune
della
costruzione
di un’Europa
sempre più
integrata,
democratica,
dinamica,
che affermi
il suo ruolo
nel nostro
mondo
globale.
L’Italia è
unita nel
sentimento
popolare e
nell’impegno
civile
attorno alle
popolazioni
colpite
dell’Abruzzo.
Così come si
è unita
anche
quest’anno
in tante
occasioni e
iniziative
di
solidarietà
umana e
sociale.
L’Italia è
stata ed è
unita
attorno alle
forze dello
Stato che
garantiscono
la sicurezza
di cittadini
e delle
istituzioni;
unita –al di
là della
naturale
dialettica
tra
maggioranza
e
opposizione
sui temi
generali
dell’indirizzo
di governo-
attorno a
tutti i
protagonisti
dell’impegno
e dei
successi
nella lotta
contro la
mafia e
contro le
altre
organizzazioni
criminali.
E anche
nelle
istituzioni
rappresentative,
attraverso
il
confronto,
benché in
genere
imperniato
su posizioni
divergenti,
si sono
quest’anno
realizzati
non
trascurabili
momenti di
unità, nelle
Regioni,
negli Enti
locali, e
anche a
livello
nazionale.
Si può
trascurare
il valore
dell’ampia
convergenza
nell’approvazione
di una legge
impegnativa
come quella
sul
federalismo
fiscale o di
una riforma
significativa
come la
nuova legge
di
contabilità
e finanza
pubblica –a
riprova, in
entrambi i
casi, che
quella della
più larga
condivisione
è la strada
maestra per
realizzare
le riforme
istituzionali,
ed è una
strada
percorribile?
E allora,
stiamo
attenti a
non lacerare
quel fondo
di tessuto
unitario che
si mostra
vitale e
che è
condizione
essenziale
per
affrontare
le sfide e
rischi del
nostro
tempo, per
affrontare
le debolezze
e le
malattie più
gravi della
nostra
società. Di
qui il mio
richiamo di
alcune
settimane
fa, perché
si fermasse
“la spirale
di una
crescente
drammatizzazione
delle
polemiche e
delle
tensioni tra
le parti
politiche e
tra le
istituzioni”.
Un richiamo
dettato
anche dal
dovere di
prevenire
ogni
degenerazione
verso un
clima di
violenza:
Davvero cui
nessuno più
sottrarsi
specialmente
dopo quel
che è
accaduto a
Milano il 13
dicembre.
Guardiamo
con
ragionevolezza
lo
svolgimento
di questa
legislatura
che è
ancora
nella fase
iniziale.
Non si
paventano
complotti
che la
Costituzione
e le sue
regole
rendono
impraticabili
contro un
governo che
goda della
fiducia
della
maggioranza
in
Parlamento.
Ancoriamo il
gioco
politico
democratico
alla
stabilità
delle
istituzioni;
facciamo
affidamento
sulle
garanzie che
esse
offrono.
Raccogliamo
un
sentimento
diffuso tra
gli italiani
rivolgendoci
più
severamente
ai problemi
del paese e
del mondo
d’oggi, alle
soluzioni
concrete e
alle riforme
cui l’Italia
ha bisogno.
Prepariamoci
a
rappresentare
–tracciando
il bilancio
di 150 anni
di Unità-
l’immagine
di una
nazione più
consapevole
di sé, delle
sue risorse
e della sua
missione. E’
questa la
responsabilità
che noi
condividiamo
operando
nelle
istituzioni
della
Repubblica
|
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ultimi articoli
pubblicati nel
2010 e
archiviati
inizio 2011 |
O CON ME O CONTRO DI ME!
Nel
corso del Consiglio
comunale del 15 marzo
2010, Sindaco e
maggioranza hanno messo
in campo tutta loro
sapienza politica, nel
richiedere al gruppo
Vimodrone Democratica,
una dichiarazione
d’appartenenza
(argomento già dibattuto
nel Consiglio precedente
ma senza addivenire a
soluzione). Siete dunque
voi, Favaro, Gregoli e
Stabile, ancora parte
integrante della
maggioranza come a suo
tempo dichiarato,
oppure dobbiamo
ritenervi
all’opposizione?
Dagli interventi di
Sindaco e capogruppo di
maggioranza Vania
Gardinazzi, traspariva
chiaramente il desiderio
che fosse lo stesso
gruppo a dichiararsi
d’opposizione anziché
stabilirne loro
l’espulsione dalla
maggioranza.
Qui occorre fare un poco
di storia. I tre
fondatori del nuovo
gruppo, tutti e tre
Assessori dimissionari
della giunta Veneroni,
rispettivamente in
qualità di vicesindaco,
Assessore allo sport e
Assessore al bilancio,
si erano dimessi da
questi importanti
incarichi, mantenendo
comunque la poltrona di
Consiglieri. La
motivazione addotte
per l’eclatante gesto,
furono il non rispetto
delle regole, delle
persone e del programma
da parte del Sindaco (si
invita a leggerne il
testo dell’intervento
riportato in calce). In
aggiunta a quella
lettera fu poi
dichiarato in sede di
Consiglio che pur
formando un gruppo
autonomo, i tre
sarebbero rimasti
nell’ambito della
maggioranza e che nel
contempo avrebbero
operato per un
cambiamento positivo
nell’interesse della
cittadinanza.
Vogliamo ricordare che
anche un altro
Assessore, Brescianini
con delega ai Lavori
pubblici, aveva
rassegnato le proprie
dimissioni per analoghi
motivi, salvo ritirarle
qualche giorno dopo pur
confermandone le
motivazioni.
Infine, l’Assessore
Gornati, nel contesto di
quell’infuocato
Consiglio, pur non
avendo presentato le
proprie dimissioni,
confermava nella
sostanza la veridicità
delle motivazioni
addotte dagli altri
quattro, dichiarando
però candidamente che
questa era “la
politica” (!).
Più di un campanello
d’allarme echeggiava
nell’aula e questi fatti
avrebbero dovuto
condurre alla logica
conclusione di un
confronto politico
nell’ambito della
coalizione, dal
momento che veniva
impietosamente
appalesata la necessità
di un cambiamento, anche
in senso democratico.
Tanto più se si
considera che da quel
momento l’assenza di
un solo membro di
coalizione avrebbe
potuto paralizzare la
maggioranza trovandosi
ora con 11 voti a favore
e 10 contrari.
Tutto questo accadeva
nel Consiglio comunale
del 5 febbraio 2009, più
di un anno fa. Nel
frattempo, Veneroni&C.
non hanno voluto o
saputo affrontare questo
problema e neppure sono
state promosse riunioni
di verifica sullo stato
delle cose e/o sugli
scostamenti di programma
elettorale. Programma
con il quale era stato
chiesto e ottenuto il
voto dei cittadini. Anzi
non si è voluto nemmeno
ricostituire la
commissioni di
cittadini che, prevista,
doveva seguire passo
dopo passo il corretto
procedere della
maggioranza e che
avrebbe costituito un
pezzo importante della
tanto decantata
“partecipazione”.
Ma perché la perentoria
richiesta del Sindaco: o
con me o contro di me?
Il motivo sta nel fatto
che il gruppo
consigliare Vimodrone
Democratica ha più
volte votato contro
alcune proposte
deliberative della
maggioranza. Una brutta
contrarietà per il duo
Veneroni-Gardinazzi che
non ha mai tenuto in
considerazione le
motivazioni di voto
dei tre Consiglieri,
peraltro puntualmente
espressa in ogni
occasione ed esercitando
con questo il diritto a
discutere e formulare
anche proposte
migliorative.
Ad esempio, sul bilancio
di previsione del 2010,
i componenti del gruppo
hanno rilevato eccezioni
che a loro parere non
erano allineate con il
rispetto delle leggi,
col risultato di
ottenere risposte
arroganti e addirittura
minacce di querele.
Purtroppo.
La visione che ne
consegue è: chi non vota
a favore e un
oppositore!
Questo aberrante
concetto di voto
favorevole, disgiunto
dal proprio pensiero è
stato ribadito anche da
altri (in particolare
dal consigliere
Messineo). Il Sindaco si
è spinto oltre accusando
il gruppo, fra l’altro
senza distinzione, di
avere intenzione di
ripresentarsi alle
prossime elezioni con
altro schieramento
politico!
Non solo quindi i
Consiglieri di
maggioranza dovrebbero
votare a favore
sempre, anche quando
non sono d’accordo, ma
sarebbe loro vietato il
diritto democratico di
ripresentarsi
all’elettorato, a fine
mandato, con altra
lista.
Ancora una volta il
punto è stato rinviato
al prossimo Consiglio
comunale, non volendo
capire che l’argomento
non compete a questa
istituzione: ma è così
difficile dialogare in
sede politica?
COME COMMENTARE IL
FATTO?
Nulla di nuovo sotto il
sole: anche a Vimodrone
vige il criterio (molto
brutto e motivo di
“stanchezza” fra i
cittadini) che i
Consiglieri di
maggioranza devono
votare sempre a favore,
quale che sia la loro
opinione e la loro
conoscenza
sull’argomento posto in
discussione, mentre
quelli d’opposizione
devono votare sempre
contro, quale che sia la
loro vera opinione
(vedere articolo Io
voto. Tu voti. Egli
vota…). Insomma, la
politica trasformata in
tifo da curva. Senza
passione, senza dialogo
democratico, senza
sentimento.
Ma è possibile cambiare
tutto questo? Per farlo,
basta applicare tre
semplici regole
democratiche cominciando
dal rispetto
all’ascolto, seguito dal
confronto e da una vera
trasparenza.
Pertanto, caro Veneroni,
sappiamo bene che non
tutto vuoi o puoi
sentire, ma se per caso
ci senti, vogliamo
suggerirti di
privilegiare la
predisposizione al
confronto (ti
assicuriamo che non è
una cosa inutile). Se
poi vuoi aggiungere
anche un pizzico
d’umiltà (che è l’esatto
contrario
dell’arroganza), ti
assicuriamo che le cose
si appianano da sole,
senza togliere un grammo
alla tua nobiltà e
importanza. Anzi avresti
a questo punto il grande
merito di condurre una
maggioranza in perfetta
armonia, pronta a
condividere ogni
progetto politico.
Ti vogliamo dare anche
un aiutino in più: forse
non è troppo tardi.
Questo, il testo
integrale
dell'intervento fatto in
Consiglio comunale il 5
febbraio 2009 dall'ex
Assessore nonché
vicesindaco Monica
Favaro anche a nome di
Enzo Gregoli e di Maria
Rita Stabile, con le
motivazioni delle loro
dimissioni.
|
E’
con grande
determinazione e
convinzione che
ci accingiamo a
leggere questa
nota, con
l’obiettivo di
rendere ancora
più esplicite le
motivazioni
delle nostre
scelte,
essendoci parso
che, forse
strumentalmente,
abbiano voluto
essere
fraintesi.
Il mandato
politico-amministrativo,
iniziato quasi
sette anni fa,
nasceva, dopo
l’esperienza
reiterata
dell’amministrazione
della lega Nord,
sulla scorta di
una forte
tensione morale,
uno spirito
unitario di
coesione, la
volontà di
essere aperti
al contributo
della società
civile, allo
scopo di
intercettare i
veri bisogni
dei cittadini.
Per un lungo
periodo, siamo
riusciti a non
perdere
l’entusiasmo e
a realizzare,
insieme, gli
obiettivi che ci
eravamo
proposti,
evidenti alla
collettività.
La situazione,
negli ultimi
mesi, però, è
così mutata, da
aver condotto
quattro
assessori,
palesemente
rappresentativi
della volontà
degli elettori,
a rassegnare le
dimissioni.
Dagli organi di
stampa e dal
comunicato
riportato nel
sito del Comune
siamo tacciati
di personalismo
e
irresponsabilità.
Ci accusano di
manifestare in
modo eclatante
un disaccordo,
ritenuto da
alcuni
facilmente
ricomponibile e,
soprattutto, non
sostanziale
Spiace non si
voglia
comprendere che
si stanno
ponendo
questioni
fondamentali,
quali la
democrazia, il
rispetto della
dignità della
persona, la
trasparenza, il
rispetto dei
ruoli,
l’eticità.
Questi sono per
noi valori non
negoziabili, non
sono vacue
dichiarazioni di
principio, utili
solo ad
infarcire
qualche discorso
o comunicato,
per rendersi
credibili ai
più. Non solo
sul PGT o sul
bilancio possono
confliggere
visioni
differenti, non
solo su queste
tematiche è
necessario
invocare e
pretendere
giustizia,
rispetto,
trasparenza,
linearità e
congruenza nelle
scelte.
Negli anni è
stato persino
detto da
qualcuno che noi
fossimo ancorati
alla nostra
posizione di
"privilegio"
assessorile.
Questa è la
dimostrazione
che chi intende
la politica come
puro e mero
servizio ha la
libertà e
l’onestà
intellettuale di
poter aderire,
se crede nelle
scelte, e,
viceversa, di
potersene
discostare,
facendo un passo
indietro, se non
ne intravede il
senso e il
valore più
profondo. Noi
abbiamo seguito
questa
direzione, non
sentendo altri
vincoli che le
nostre coscienze
e il nostro
senso dell’agire
politico
Non riteniamo di
avere
responsabilità
in questa
frattura: da
tempo ci siamo
strenuamente e
instancabilmente
confrontati
nella speranza
che il nostro
punto di vista
potesse almeno
essere preso in
esame. Ad ogni
ragionamento è
stata opposta
un’alzata di
spalle: qualcuno
ha creduto che
potessimo venire
a patto con noi
stessi. Così non
è e,
coerentemente
con quanto
crediamo,
lasciamo che
siano altri, più
in linea con le
decisioni
assunte, a
garantire la
governabilità di
questo paese.
Altri potrebbe
dire che, in
nome del senso
di
responsabilità,
i dissidi devono
forzosamente
rientrare. Ma
cosa significa
senso di
responsabilità?
Aver lavorato,
mettendo al
servizio saperi,
competenze,
creatività,
impegno,
abnegazione, per
realizzare gli
obiettivi
importanti che
sono stati
raggiunti a
beneficio dei
cittadini?
Dialogare,
confrontarsi,
magari litigare,
senza perdere
mai da vista il
significato di
ciò che si sta
facendo?
Mediare, mediare
e ancora mediare
tra posizioni
differenti?
Ebbene, tutto
questo noi
l’abbiamo fatto.
Il senso di
responsabilità,
però, non può
significare
calpestare i
propri ideali, i
propri valori in
nome di una
qualsivoglia
disciplina. Non
può significare
vedere svilita
la propria
dignità, senza
reagire.
E’ così
improponibile
che il posto in
giunta sia
lasciato da chi
non risiede a
Vimodrone e non
è stato eletto?
E’ così
improponibile
che
collaboratori
stipendiati
riacquisiscano i
limiti naturali
entro cui
operare e non
ricoprano, in un
delirio di
onnipotenza,
ruoli politici
che non
competono loro?
E’ così
improponibile
che assessori,
assumendosene
pienamente la
responsabilità,
pretendano di condividere le scelte strategiche? E’ così improponibile che ci
si ribelli ad accordi che prima vengono sottoscritti dalle segreterie
politiche e,
solo
successivamente,
comunicati ed
imposti?
Non ci si
confonda: non è
l’allargamento
della
rappresentatività
in giunta a
scandalizzare.
Si vuole, però,
far passare per
accordo
politico,
sottoscritto e
firmato da tutti
i consiglieri
comunali, una
dichiarazione di
intenti che, in
assenza di
formale
accettazione, ha
trovato
riscontro in una
dichiarazione,
durante il primo
Consiglio
Comunale del
2007, di
sfiducia nei
confronti degli
assessori
incaricati,
nella
costituzione di
un gruppo
autonomo,
nell’astensione
sulle linee
politico-programmatiche.
Nessun veto,
dunque, solo la
convinzione che
chi aspira ad
entrare a far
parte di una
squadra debba
condividerne
convintamene gli
obiettivi, le
finalità, i
metodi.
Ringraziamo non
formalmente
quanti hanno
lavorato in
questi anni al
nostro fianco,
impiegando
energie e
creatività e
riponendo
fiducia in noi.
Ai cittadini
garantiamo una
presenza
costante
nell’assolvimento
del nostro
compito di
consiglieri,
scevro da
sentimenti di
rivalsa nei
confronti di
alcuno, ma anche
critico e
attento.
Per queste
ragioni
costituiamo un
gruppo autonomo,
di cui
comunicheremo
denominazione
e nominativo del
capogruppo
prossimamente.
Monica Favaro
Enzo Gregoli
Maria Rita
Stabile
|
Io voto. Tu voti. Egli vota…
Abbiamo assistito a un
bel teatrino nell’ultimo
Consiglio comunale,
ovvero il gioco delle
parti dove destra e
sinistra si arruffano su
argomenti seri. Molto
seri.
Il tema dibattuto
riguardava il ruolo del
Consigliere eletto:
votare secondo coscienza
o seguire la disciplina
di coalizione?
In campo si sono
presentati Murnigotti
(Io amo Vimodrone -
opposizione) e
Gardinazzi (Vimodrone
sei Tu - maggioranza).
Il primo a favore del
voto di coscienza, la
seconda a difesa del
voto schierato dal
momento che nulla ha da
rimproverarsi questa
maggioranza sulla bontà
del percorso sinora
intrapreso e, pertanto,
è da individuarsi in
questa motivazione il
voto compatto.
Astraendoci per un
attimo dalle
considerazioni storiche
che vedono in questo
caso giocare destra e
sinistra a ruoli
invertiti, le
motivazioni poste in
campo meritano una
riflessione.
Per l’opposizione il
lavoro è relativamente
semplice. L’esposizione
delle proprie tesi mai o
quasi mai accolte,
qualche astensione,
rarissimi voti a favore
e fiumi di voti
contrari.
Il problema si pone
invece quando sei
Consigliere di
maggioranza. Se è vero
che la tua linea guida è
riconducibile alle
promesse elettorali,
nessun programma, anche
quello più condiviso
dalla coalizione, può
venirti in soccorso in
tutte le occasioni di
voto.
E’ a questo punto che si
apre uno squarcio nella
tua coscienza, quando
devi dimenarti fra la
tua appartenenza
politica e l’alzata di
mano a favore e in nome
della compattezza di
gruppo.
Il politico navigato
dirà che il problema non
si pone e che la
“marchetta” è parte
integrante della
politica stessa. Semmai,
i panni sporchi si
lavano in famiglia, in
fase di consulta e
durante il corso del
cammino amministrativo.
Semmai, appunto.
Non risulta a
un’altra città che
esista una vera e
democratica consulta
nell’attuale
maggioranza. Lo stanno a
dimostrare la non
lontana fuoriuscita di
un vice Sindaco e due
Assessori che hanno
creato un gruppo a sé
stante: Vimodrone
Democratica.
Nell’occasione aveva
rassegnato le dimissioni
anche un altro Assessore
che le ha poi ritirate.
Il motivo della debacle
era ben spiegato in una
lettera ai cittadini che
in sintesi potrebbe
riassumersi in
arroganza, mancanza di
democrazia e poca
trasparenza da parte del
Sindaco (vedere articolo
Consiglio comunale: o
con me o contro di me!
).
Quando poi non vi sono
state interpellanze
presentate da
Consiglieri di
maggioranza al Sindaco
stesso, tese a chiedere
lumi sull’assunzione di
alcune iniziative di cui
la coalizione non era
stata evidentemente
messa a conoscenza.
In questo quadro,
mantenere unita la
coalizione diventa un
vero problema anche
perché da oltre un anno,
il rapporto di forze in
aula si è ridotto
sensibilmente con 11
voti a favore e 10
contrari rispetto agli
iniziali 14 a 7.
Ecco spiegato il gioco
delle parti e perché
l’opposizione si
richiama al voto secondo
coscienza, ben sapendo
che al primo stormir di
fronde, Veneroni
potrebbe essere messo in
minoranza. Dal canto
suo, la maggioranza
sostiene il voto
compatto, motivandolo
con mirabolante
intrapresa politica che
non può che essere
condivisa da tutti i
Consiglieri.
Il cittadino comune si
chiede a questo punto se
deve rimettere mano a
lapis e scheda
elettorale, oppure farsi
una ragione del ruolo
che dovrebbero svolgere
i Consiglieri da lui
eletti: voto di
coscienza o di
appartenenza?
A ogni cittadino la
propria idea, ma ne
vogliamo parlare?
Chiunque abbia
un’opinione in merito ci
scriva. Troverà
accoglienza sul prossimo
aggiornamento di sito.
NOVITA’!
Ma non troppo
Informazioni sul Consiglio comunale di lunedì 15 febbraio 2010
Il Sindaco ha portato in
consiglio la “proposta”
(ovviamente approvata a
maggioranza, ci
mancherebbe altro) di
alienare, cioè vendere,
due piccole proprietà
della collettività.
Diciamo piccole e poco
importanti ai fini delle
casse comunali perché si
tratta, per la prima, di
un valore di 8.000,00
euro e la seconda di
11.000,00. Per amor di
precisione, sono valori
attribuiti d’ufficio che
saranno confermati o
variati mediante una
perizia.
Cosa dire in merito?
Per prima cosa è
opportuno rammentare che
la vendita di un bene
della comunità (giacché
è dei cittadini e non
personale di Veneroni)
dovrebbe quantomeno
essere supportata da una
motivazione dettata da
una precisa necessità e
non da un generico
“al fine di finanziare
spese d’investimento”.
Non possiamo inoltre non
rilevare la piccolezza
delle alienazioni
rispetto all’imponenza
del bilancio comunale,
dal momento che il
Sindaco ha più volte
dichiarato che non ci
sono problemi economici
in termini di liquidità,
tanto più dopo l’arrivo
di quasi 3 milioni di
euro (dallo Stato per
ICI arretrata) che hanno
salvato in extremis i
parametri del Patto
di stabilità per
l’anno 2009.
Si dovrebbe quantomeno
far valere il principio
che vendendo una o più
proprietà, il nostro
comune non diventa più
ricco ma più povero. E
più poveri lo siamo
diventati tutti quando
poco più di un anno fa,
la maggioranza ci ha
venduto l’edificio
dell’ex farmacia
comunale (che garantiva
reddito), la luce di un
negozio al Comparto nord
(da adibire a servizio
pubblico) e, sempre al
Comparto, una palestra
sportiva di 600 mq circa
(forse non serviva ai
cittadini?).
Allora la motivazione
dell’alienazione è stata
imputata al Patto di
stabilità, perché
così come si trovava, il
bilancio comunale non
avrebbe potuto proprio
quadrare.
Tornando però alle due
vendite attuali,
dobbiamo dire che la
prima è in certo qual
modo giustificabile
perché si tratta di un
fazzoletto di terra,
forse un centinaio di
metri o poco più che
sono già stati concessi
in uso al proprietario
di un’adiacente
villetta, tanto che
questi lo ha recintato
rendendolo corpo unico
con la sua proprietà.
Vista l’ampiezza e la
posizione, il comune
proprio non poteva
utilizzarlo se non
adibendolo a piccolo
giardinetto pubblico o a
posteggio.
Sulla seconda proprietà
invece, le perplessità
sono tante. Cominciamo
col dire che si tratta
di una costruzione tipo
grande box, di 28 mq,
che si trova all’interno
cortile dell’ex asilo di
via Roma. Uno spazio
chiuso che in passato è
stato utilizzato dal
comune come magazzino e
pure come autorimessa da
un’Associazione che
aveva appunto la sede
in via Roma.
Dopo tale presa d’atto,
l’alienazione ci sembra
alquanto astrusa, anche
perché la vendita non
può essere messa
all’asta per poter
ottenere la miglior
offerta, ma diventa
obbligatorio cederla a
uno dei due confinanti.
Infatti, vendere i 28 mq
situati all’interno
di un cortile che non
offre possibilità di
passaggio sarebbe
alquanto problematico,
mentre uno dei due
confinanti può
utilizzarli chiudendo
l’ingresso attuale
affacciato verso il
cortile dell’ex asilo e
aprire una nuova via
d’accesso verso la sua
proprietà. In più,
essendo i 28 mq
edificati, si potrebbe
anche abbatterli per
trasferire la volumetria
su nuove costruzioni.
Ci sia consentita quindi
qualche perplessità su
questa strana
operazione, sia per la
motivazione a supporto
della vendita che per il
prezzo “stimato”. Gli
11.000,00 euro a corpo,
significano 392,00 euro
al mq, che sono
francamente pochini
rispetto a box e
costruzioni simili sul
territorio, anche per
ubicazioni periferiche e
non centrali come in
questo caso.
Pure si aggiunga che
l’interminabile
ristrutturazione dell’ex
asilo a cura della
spettabile
Amministrazione, una
volta terminata,
dovrebbe accogliere le
Associazioni di
Vimodrone, tant’è che da
lungo tempo è già stato
individuato il nome
dell’edificio: Casa
delle Associazioni.
Quale miglior occasione
per accogliere qualche
Associazione in più nei
28 mq, magari di
quelle che da anni
stanno elemosinando una
manciata di metri quadri
per svolgere con
tranquillità la loro
attività?
Considerato tutto
questo, facciamoci la
domandina: si tratta
veramente di un affare
nell’interesse
dell’intera
collettività?
Foto omessa
---------------------------------------------------------------
Opposizione:
se ci sei, batti un colpo!
Informazioni sul Consiglio comunale di lunedì 15 febbraio 2010
Anche se la cosa non
risulta ancora
formalizzata, è certo
che il Consigliere di
minoranza Tomarchio
presenterà le proprie
dimissioni a causa di
sopravvenuti impegni di
lavoro. Al suo posto,
quale primo dei non
eletti, subentrerà
Vittorino Ruberto.
Ricordiamo che entrambi
si erano candidati nella
lista “Io amo Vimodrone”
il primo in quota a
Forza Italia, mentre il
secondo, già Assessore
ai tempi della giunta
Galluzzo, in quota Lega.
Si vuole inoltre
segnalare che alla
seduta di Consiglio del
recente 15 febbraio,
erano assenti 3 membri
di minoranza (non
risultano
giustificazioni al
riguardo) e un membro di
maggioranza (più che
giustificato da un lutto
famigliare).
La storia delle assenze
da parte
dell’opposizione è una
costante, tanto costante
da non essere
assolutamente
giustificata.
Evidentemente, per
alcuni candidati della
lista “Io amo Vimodrone”
non ha grande
significato accettare il
ruolo che l’elettorato
ha loro assegnato. La
questione risulta
quantomeno in forte
contrasto con “l’amare
Vimodrone”.
Grazie dunque a
Tomarchio, a prescindere
dalla fede politica che
ogni cittadino porta con
sé. Rispetto per chi si
impegna e sacrifica per
il bene della città.
L’auspicio che noi tutti
facciamo è che il
subentrante Ruberto,
quando sarà il momento,
sarà presente in
Consiglio tanto quanto
lo era quando aveva la
poltrona di Assessore
nella giunta leghista.
XV GIORNATA DELLA MEMORIA E DELL’IMPEGNO IN RICORDO DELLE
VITTIME DELLE MAFIE
La XV edizione
dell’ormai celebre
manifestazione, si è
celebrata a Milano,
sabato 20 marzo 2010. Un
lungo corteo composto da
giovani colorati e
vocianti e,
soprattutto, da
ragazze. Il che fa ben
sperare per il futuro
della nostra società.
Molti provenienti dalla
Sardegna, dal Piemonte,
dal Veneto e tante altre
regioni d’Italia.
Moltissimi quelli
della Sicilia, Campania,
Puglia e
Calabria.
Erano oltre 150.000 i
partecipanti che hanno
aderito grazie
all’organizzazione della
rete di Libera il cui
fondatore, don Ciotti ha
stigmatizzato dal palco
allestito in piazza
Duomo dove si è conclusa
la marcia, l’amalgama
che si sta sempre più
consolidando fra mafia e
politica:
“I candidati elettorali
non si scelgono solo in
base alle vicende
giudiziarie, ma in base
ai comportamenti e alle
frequentazioni”
proseguendo con un
perentorio “la politica
tutta, torni a essere
politica con la “P”
maiuscola. Abbiamo
bisogno di una politica
che sappia fare a meno
di darsi codici etici
perchè deve rispondere
al codice della propria
coscienza”.
Il tema posto al centro
della giornata è stato
la dimensione
finanziaria delle mafie.
Troppo spesso si
licenzia frettolosamente
ancora oggi il problema
mafia come qualcosa che
riguarda solo alcune
regioni del sud Italia.
Sappiamo per certo
che non è così,
che oggi le mafie
investono in tutto il
mondo e che nel nord
Italia ci sono
importanti cellule di
famigerati clan, che
riciclano denaro sporco,
investono capitali
nell’edilizia e nel
commercio, sono al
centro del narcotraffico,
sfruttano la mano
d’opera attraverso
lavoro nero.
La corruzione, oggi
nuovamente a livelli
altissimi come
sottolineato dalla Corte
dei Conti, è un fenomeno
presente in misura
crescente dove ci sono
maggiori possibilità
di business: è dunque il
Nord tutto a doversi
guardare da questi
fenomeni di penetrazione
da capitali illeciti.
Milano è la città in cui
fu ucciso nel 1979
Giorgio Ambrosoli,
avvocato esperto in
liquidazioni coatte
amministrative, che
stava indagando sui
movimenti del banchiere
siciliano Michele
Sindona. Milano è la
città in cui il 27
luglio del 1993 ci fu
una delle bombe che
esprimevano l’attacco
diretto allo Stato da
parte della mafia: la
strage di via
Palestro, nei pressi del
Padiglione di Arte
Contemporanea. Ci furono
cinque morti. Milano è
infine la città in cui
si terrà l’Expo nel
2015, una manifestazione
che attrarrà ingenti
capitali e su cui sarà
importante vigilare al
fine di non consentire
l’infiltrazione delle
mafie. Per tutte queste
ragioni e per molte
altre, si è celebrato a
Milano la XV Giornata
Nazionale della Memoria
e dell’Impegno, in
ricordo delle vittime
delle mafie.
Foto omesse
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Articoli vari
pubblicati arile
2010 |
L MOVIMENTO CINQUE
STELLE SI PRESENTA A
VIMODRONE
Lunedì 17 maggio si è
tenuta la prima riunione
di presentazione del
movimento 5 stelle (i
cosidetti grillini) a
Vimodrone.
All’incontro, cui ha
partecipato un nutrito
gruppo di cittadini era
presente anche
un'altra città.
Il Movimento 5 stelle ha
ribadito la sua volontà
di partecipare alla vita
politica e alle prossime
elezioni in piena e
netta autonomia sia
dallo schieramento del
centrodestra che da
quello di
centrosinistra, avendo
come obiettivo quello di
promuovere un nuovo modo
di fare politica. Tutto
questo per porre rimedio
allo sfacelo prodotto
dall’attuale classe
dirigente.
Un'altra città,
ha precisato che intende
mantenere la sua
autonomia di lista
civica e ambientalista
pur dichiarando di
essere interessata a
proseguire il rapporto
di stretta
interlocuzione con il
nascente movimento.
Prossimo incontro a
Vimodrone: 10 giugno
2010 ore 21,00 presso
la biblioteca comunale
L'iniziativa è
indirizzata a tutti i
cittadini, semplici
curiosi e amanti della
politica
l'iniziativa sarà
pubblicizzato tramite
apposite locandine.
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Coerenza
personale
e di gruppo
La storia è zeppa di
episodi dettati
dall’incoerenza con
chiara tendenza
all’incomprensibilità.
Tale malvezzo, non
autorizza tuttavia la
nostra Amministrazione a
perseguire questi esempi
in sede di Consiglio
comunale, perché noi, da
cittadini piccoli
piccoli, gradiremmo che
quanto osserviamo e
sentiamo in aula fosse
possibilmente:
a) in linea con i
principi e i programmi
enunciati, sulla cui
base è stato ottenuto il
voto
.......b)
e soprattutto al
servizio della
collettività, con
l’intento di perseguire
gli interessi dei ...........cittadini
in ossequio alla più
totale trasparenza.
Premessa, crediamo
necessaria per
raccontare un episodio
di non grande entità, ma
importante per il suo
significato.
Il Consiglio comunale è
quello del 4 maggio 2010
e il Sindaco, in uno dei
suoi sfoghi di
grandeur ostentata e
dai toni compiaciuti,
come se avesse compiuto
non sappiamo quale
miracolo, informa di
aver “cacciato” due
famiglie di zingari che
si stavano insediando
presso la cascina
Cassinella.
E’ il caso di rimarcare
che l’argomento
all’ordine del giorno
era di tutt’altra natura
e, precisiamo pure, che
la cascina Cassinella è
di proprietà della
Fondazione Centro San
Raffaele del Monte Tabor
ai cui vertici stà
l’arcinoto don Luigi
Maria Verzè che, forse
forse, ci avrebbe
pensato due volte prima
di cacciare degli
zingari da una sua
proprietà.
Ora, non vogliamo
ricordare la storia di
questo Popolo senza
terra e neppure
rammentare un passato di
discriminazione, di
soprusi e di pratiche di
sterminio da parte del
fanatismo Hitleriano e
Mussolinianio ma, con i
piedi ben saldi a terra,
vogliamo rammentare che
la stragrande
maggioranza degli
zingari sono italiani in
quanto nati in Italia.
Pure rimarchiamo che
sono uomini e come tali
devono essere
considerati.
L’azione e il “vanto”
di Veneroni fanno
veramente a pugni con la
sua estrazione cattolica
(che non vuol dire
raccogliere voti
intorno alla
Parrocchia), ma è pure
in contrasto con i
princìpi culturali e
democratici del suo
programma, in pieno
contrasto con la sua
coalizione e in
particolare con chi da
sempre si è posto a
difesa delle fasce più
deboli della società
(anche se in Consiglio
comunale tutti, nessuno
escluso, hanno espresso
il loro tacito
consenso).
Quale gloria vi è in
questa azione? Forse
quella di aver mostrato
buoni muscoli (non suoi)
o buona lingua
nell’ordinare lo
sgombero alla Polizia
locale congiunta ai
Carabinieri?
Certo che “cacciare” è
la soluzione più
semplice, quella che
assumono molti (non
tutti però) i sindaci
leghisti. Nel concreto,
non si fa altro che
palleggiare il problema
con altri sindaci
confinanti.
Caro Dario, dove credi
siano andate a finire le
due famiglie dopo il tuo
eroico agire?
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MILANO CONTRO GLI INCENERITORI
In questi ultimi giorni
ci sono state diverse
manifestazioni di
contrarietà alla
realizzazione di nuovi
inceneritori (o al loro
ampliamento). Tra
queste, due hanno
interessato la provincia
di Milano.
Dopo la mobilitazione
nazionale contro gli
inceneritori che ha
coinvolto migliaia di
persone, lo scorso 17
aprile a Parma (che sta
coinvolgendo persino
l’imprenditore Barilla);
dopo che l’indignazione
popolare ha costretto il
presidente della Regione
Emilia Romagna ad
ammettere la “deroga”
alla legge per bruciare
i fanghi velenosi,
provenienti dal Lambro,
nell’inceneritore di
Piacenza, qualcosa si
muove anche in
Lombardia.
Una prima vicenda
riguarda il raddoppio
del termovalorizzatore
di Trezzo sull’Adda
(Nord-est Milano),
gestito dalla Prima Srl,
facente capo al Gruppo
Falck, ed ha preso il
via lo scorso giugno,
con la richiesta della
società di portare le
linee di
termovalorizzazione da
due a quattro, con
un'ulteriore capacità di
smaltimento di 193mila
tonnellate di rifiuti
all'anno.
Un potenziamento che
prevede, tra l'altro, un
raddoppio della
volumetria e della
superficie occupata
(attualmente circa
23mila metri quadrati).
In una prima fase, la
richiesta di ampliamente
era stata archiviata
dalla Regione Lombardia
per «motivi tecnici in
merito alla reale
disponibilità delle aree
interessate», cui è però
seguita, poche
settimane fa, una
sentenza del Tar che ha
«riaperto il processo
autorizzativo».
L’inceneritore di Trezzo
sull’Adda è uno dei
lucrosi impianti del
gruppo Falck,
(entrato nel business
dell’energia dopo aver
lasciato la siderurgia),
che beneficiano dei
contributi statali (i
CIP6) come “fonte di
energia rinnovabile”
Il 18 aprile a Grezzago,
comune confinante con
Trezzo, si è tenuta una
manifestazione promossa
dal WWF di zona, che ha
visto diverse centinaia
di persone, compresi
molti sindaci. Il
sindaco di Trezzo
sull’Adda si è
sottoposto ad analisi
del sangue apposite che
hanno individuato la
presenza di metalli
pesanti, derivanti con
buona probabilità dal
rilascio di polveri
dell’inceneritore.
Molti sindaci presenti
anche nella seconda
manifestazione, che ha
visto circa 2000 persone
a Opera, in pieno parco
agricolo Sud Milano. Qui
l’oggetto del contendere
è la realizzazione di un
nuovo inceneritore, che
il comune di Milano
(attraverso la ex
municipalizzata A2A)
vorrebbe realizzare
proprio al confine con
Opera
passando sopra le teste
dei cittadini e degli
enti locali, compresi
quelli “amici”: è
interessante ricordare
che l’attuale sindaco di
Opera è l’ex segretario
della Lega Nord, che si
era distinto in passato
per la vergognosa
persecuzione dei Rom che
il comune di Milano
aveva espulso sul
territorio di Opera.
La strategia che vede
questa richiesta “a
tenaglia” di nuovi
inceneritori per la
provincia di Milano, è
ancora una volta il
famigerato EXPO 2015.
Nel nuovo dossier
presentato al Bureau
International des
esposition, si stimano
20 milioni di
visitatori. Solo qualche
mese fa la stima del
numero di ipotetici
visitatori dell’EXPO era
di 6 milioni di
visitatori nell’arco dei
sei mesi previsti. Ora,
non si comprende come le
stime possano essere
triplicate nel giro di
pochi mesi se al fine di
utilizzare questo numero
enorme per giustificare
le “grandi opere”
connesse ad EXPO. Oltre
alle autostrade e
all’alta velocità, anche
gli inceneritori
rientrano in questa
discutibile “strategia”.
Più gente uguale più
rifiuti da bruciare, per
impianti che poi
vivranno inghiottendo i
rifiuti che provengono
da fuori territorio,
come già succede per
oltre la metà di quanto
bruciato a Trezzo
sull’Adda.
È doveroso ricordare che
gli inceneritori sono
impianti che vivono
delle provvigioni
statali, altrimenti non
sarebbero economicamente
sostenibili. Per questi
incentivi la Commissione
Europea ha avviato una
procedura di messa in
mora dell’Italia,
dichiarando questi
incentivi un dazio
ingiusto. Per questo
motivo
l’associazione
Diritto al futuro (www.dirittoalfuturo.it)
sta promuovendo in tutta
Italia una campagna per
ottenere il rimborso dei
contributi CIP6, versati
dai cittadini in questi
anni.
Ernesto Pedrini
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L’EMERGENZA LAMBRO NON
E’ ANCORA FINITA
L’emergenza dovuta
allo sversamento di
idrocarburi nel Lambro,
avvenuta il 23 febbraio
scorso non è ancora
finita.
Queste sono le
conclusioni della Lipu
che ha seguito la
vicenda del recupero
degli uccelli
contaminati dai liquidi
fuoriusciti dalla
Lombarda Petroli di
Villasanta, vicino
Monza.
Ci sono diversi elementi
non chiari, il primo dei
quali è la quantità
dello sversamento. I
dati dell’Agenzia
regionale per l’ambiente
e quelli di Brianza
Acque, che gestisce il
depuratore di Monza, non
collimano. Lo
sversamento, possibile
tecnicamente solo con
l’intervento doloso di
più persone, si è
riversato nelle fogne
collegate con il
depuratore di Monza.
Brianza Acque invece
dice di aver trattenuto
la maggior parte degli
inquinanti, tanto che il
depuratore è tuttora
fuori uso. Ma la
quantità dispersa è
stata sufficiente per
percorrere tutta l’asta
del fiume a valle (c’è
chi parla di 40 km di
scia), arrivare nel Po e
trovare lo sbarramento
di Isola Serafini, che
avrebbe trattenuto tutto
il resto, tanto che i
fanghi di Isola
Serafini, ricchi di
idrocarburi, stanno
bruciando
nell’inceneritore di
Piacenza.
I conti non tornano.
Inizialmente le notizie
ufficiali parlano di 50
mila tonnellate ma la
stima sembra persino in
difetto, dopo qualche
giorno il dato ufficiale
parlerà di 2600
tonnellate, poco più di
quanto avevano
dichiarato alla Lombarda
Petroli come stoccaggio
massimo, un dato che
guarda caso permette di
evitare gli obblighi di
legge come industria a
rischio di incidente
rilevante.
Un dato ridicolo che non
trova riscontro nella
realtà e nella
matematica: Brianza
acque dichiara che lo
sversamento è stato di
2800 tonnellate e che il
loro depuratore ne ha
trattenuto il 70 per
cento. Ma ad Isola
Serafini dichiarano di
aver trattenuto 1800
tonnellate di
idrocarburi e che 600
sono proseguite nel Po
(fino al mare
ovviamente). E
quindi quante sono le
tonnellate sversate?
Anche sulla qualità
di quanto sversato ci
sono seri dubbi, cosa
contenevano
esattamente le
cisterne? I volontari
della Lipu che hanno
soccorso gli uccelli
contaminati parlano di
lesioni incompatibili
con i semplici
idrocarburi, persino il
Tg regionale si era
interessato della loro
attività salvo poi
tagliare la parte in cui
si denunciavano queste
morti sospette degli
uccelli…
Perché qualcuno, forse
dell’azienda (solo chi
sapeva il funzionamento
dell’impianto poteva
effettuare uno
sversamento), avrebbe
dovuto sversare degli
idrocarburi che stoccava
in quantità previste
dalla legge? O forse
c’era qualcos’altro?
Qualcosa che nel Delta
del Po ha spinto la
Regione Veneto ad
impedire per giorni di
usare l’acqua anche per
usi alimentari? Qualcosa
che ha fatto morire gli
uccelli per emorragie
interne e organi
spappolati?
La combinazione di
questo “incidente” con
l’approvazione del
decreto ministeriale che
depenalizza di fatto
l’inquinamento delle
acque è veramente
singolare. Lo è ancora
di più se si pensa che
nel mese successivo al
disastro vi sono stati
altri importanti episodi
di sversamenti nello
stesso Lambro, nel
Naviglio Pavese, in una
roggia del Parco di
Trenno (Milano ovest)…
quasi come se il via
libera del decreto
avesse messo in moto una
serie di processi
viziosi di imitazione.
E la Regione cosa fa?
Il celeste Formigoni,
che si accinge a
festeggiare i venti anni
di governo della
Lombardia ha stanziato
fondi importanti (20
milioni di euro ma solo
per cominciare) per
rendere il Lambro
balneabile entro il
2015. Ma come, non era
stata la stessa Regione
a dichiarare qualche
anno fa che il Lambro
era un fiume morto,
tanto da chiedere una
proroga alla Direttiva
Acque dell’Unione
Europea? Un corso
d’acqua che attraversa
Monza, Milano (Lambrate,
Ponte Lambro), Melegnano,
può resuscitare in 5
anni? Oppure i soldi
arrivano “ad
orologeria”, diciamo per
far muovere l’economia,
indipendentemente dai
risultati?
E se anche tutto questo
facesse parte della
ruvida guerra dell’acqua
che in tutta Italia
si sta giocando sulla
pelle della gente?
Ernesto Pedrini
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